Anno 2020 - N.1 - Approdi

APPRODI
Tito Baldini, Daniele Biondo, Paola Carbone,
Cinzia Lucantoni, Giovanna Montinari

Il titolo che abbiamo scelto per questo numero di AeP, Approdi, apre alla metafora di un percorso in mare, non necessariamente conclusivo come può essere un traguardo, né avendo seguito binari prevedibili, come quello di un treno. Metafora che dunque ci è sembrata più vicina alle conclusioni della terapia in adolescenza e ampia tanto da poter alludere al chiudersi o fare tappa di altri percorsi collaterali.
Diversi Autori ritengono che, riguardo alle fasi conclusive dell’analisi, manchi nelle fondamenta del metodo psicoanalitico, un paradigma adeguato (Bergman 1997). Freud effettivamente non incluse negli scritti tecnici elementi sulla modalità di conclusione e, a parte il saggio sulla interminabilità dell’analisi (Freud 1937), poco ci dice sui parametri che possano aiutare l’analista a capire se il momento sia quello giusto per concludere, salvo mettere genericamente in primo piano l’esperienza dell’analista1.
Gabbard (2009) ritiene a questo proposito che la scarsità di indicazioni tecniche sul fine terapia possa essere giustificato dal fatto che l’inizio e la fine di un trattamento siano le fasi più idiosincratiche del processo e come tali sfuggano a buon diritto a qualsivoglia generalizzazione.

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Da un punto di vista pragmatico a questa povertà di indicazioni tecniche si aggiunge il fatto che, nel corso della formazione, il processo conclusivo di una terapia si svolge per lo più al di fuori di ogni orientamento didattico (a seminari conclusi e supervisione avvenuta) lasciando l’allievo a risolvere da solo uno dei momenti più delicati del percorso.
A fronte di questa lacuna alle origini del metodo psicoanalitico, non mancano invece negli ultimi decenni utili elaborazioni di pensiero sul tema (De Simone 1994, Ferraro Garella 2001, solo per citare alcuni tra i più significativi) che valorizzano il momento della conclusione come fase elaborativa fondamentale. Ben diverso il panorama sulla terminazione del trattamento durante l’adolescenza, dove troviamo validi contributi, ma in misura molto minore (Gruppo di Studio Romano sull’Adolescenza 1986; Novich 1992; Cahn e Taieb 2000; Nicolò 2001). La difficoltà ad approfondire il tema della conclusione in adolescenza ha probabilmente come fattore fondamentale e incontrovertibile la grande quantità di interruzioni
che si realizza in questa fascia di età; un elemento che, come sarà oggetto di discussione in questa monografia, mette in tensione l’ideale dell’Io e il narcisismo del terapeuta, e lo espone talvolta al senso di fallimento o alla necessità di tollerare incertezze e dubbi che per lo più – una volta conclusa la terapia – non avranno risposta.
Qualunque approccio al tema del fine terapia in adolescenza richiede il riconoscimento di alcune fondamentali peculiarità che impediscono di utilizzare tout court quanto viene indicato per l’età adulta.
Pensiamo per esempio agli indicatori utili per valutare se i tempi siano maturi per una conclusione sufficientemente buona. Nonostante alcune diversità tra gli Autori che si espongono su questo argomento ricorrono – riferiti all’analisi degli adulti – alcuni parametri che possiamo così sintetizzare: la capacità di elaborare l’ansia legata al lutto e alla separazione, il declino dell’idealizzazione dell’oggetto, il prevalere del principio di realtà su quello di piacere, l’acquisizione di una certa stabilità delle funzioni dell’Io e degli aspetti identitari relativi al corpo e all’identità di genere, una stabile integrazione delle funzioni superegoiche e dell’Io. Queste stesse acquisizioni però coronano fisiologicamente la conclusione dell’adolescenza e non prenderanno forma se non nell’età adulta. Possiamo quindi utilizzarle ben poco come bussola e orientamento nella terapia dell’adolescente.
E qui siamo nel cuore del problema che questo numero vorrebbe affrontare.
Perché ancora una volta, come avviene per altri parametri, laddove ci si imbatte nella l’irriducibilità della terapia dell’adolescente ai paradigmi utili per l’adulto, si realizza una spinta a mettere in tensione e ridiscutere vivacemente aspetti della teoria e della tecnica.
Ecco perché, a partire dalle riflessioni di Novich, che tanto ha contribuito sul tema del fine terapia in adolescenza (1976, 1990, 1992) nasce ad hoc, per esempio, la denominazione di conclusioni premature, per riferirsi a quelle conclusioni volute unilateralmente dall’adolescente che ha già fatto un certo percorso, il cui significato non si riflette appieno né nelle situazioni solitamente denominate di interruzione né di conclusione.
Esiti frequenti in adolescenza che pongono il terapeuta in notevole difficoltà di valutazione e che abbiamo cercato di approfondire.
Concludere, mentre è ancora in via di definizione il Sé e la soggettivazione dell’adolescente, è l’elemento forse di maggiore divario rispetto al fine terapia dell’adulto e certo di maggiore problematicità. Il rapporto transferale ne è investito frontalmente: l’adolescente si separa dal terapeuta, oggetto di transfert, quando è ancora non concluso il percorso di autonomia e separazione dalle figure genitoriali interne ed esterne.
Dunque chi è, da un punto di vista transferale, il terapeuta, anche nel caso di una conclusione sufficientemente buona in piena adolescenza?
Diversi Autori (Gabbard 2009; Orgel 2000) ritengono che il fine terapia sia oggetto di idealizzazione nel pensiero psicoanalitico, una sorta di mito molto radicato della psicoanalisi, maggiore quanto minore è l’esperienza del terapeuta e che sarà quest’ultima, sperabilmente, a decostruire.
Gli scopi ideali prefissati, in realtà, non costituiscono quasi mai un’evidenza della fine della terapia, e nessun paziente si può dire completamente analizzato. Si può invece sperare di avere fornito strumenti per dare senso all’esperienza soggettiva e alle vicissitudini a venire della vita. La posizione di umiltà che scaturisce da questo riconoscimento dei limiti nel momento della conclusione è ancor più necessaria nella terapia dell’adolescente. In questo caso per il terapeuta il senso di incompiuto è una certezza e moltissime volte ciò che il lavoro ha permesso di conseguire può risultare a lui insufficiente, ma sufficiente per l’adolescente che decide di provare a far da solo, come ci dicono tanto spesso i nostri adolescenti. Soppesare il significato delle interruzioni e delle conclusioni premature, capire quando i tempi sono maturi per condividere una fase conclusiva con l’adolescente include il riconoscimento delle forti sollecitazioni controtransferali che questa situazione comporta.
Gli Autori francesi (Cahn e Taieb-Flicstein 2000; Ladame 1999) ci aiutano a collocare questa problematica sul terreno della soggettivazione, che è anche via di uscita dall’impossessamento dell’oggetto e apertura al riconoscimento di una vita propria di quest’ultimo.
Processo che prende forma durante l’adolescenza, ma che verrà maturato diversamente e risollecitato per tutta la vita. Qui dunque è il terapeuta che è chiamato a rinnovare le proprie capacità soggettivanti, permettendosi di «lasciar andare» e aprendosi al riconoscimento che la conclusione migliore è quella possibile.
Il divario tra l’obiettivo sperato e il limite dell’esperienza terapeutica reale, unito all’alta frequenza di interruzioni premature, rischiano di essere vissute come un insulto narcisistico che – se non accuratamente analizzato nei suoi aspetti controtransferali – può spingere il terapeuta a un infausto braccio di ferro o, in modo controfobico, a lasciare andare l’adolescente prematuramente. Un rischio alto e non così infrequente. Anche perché, se è vero che nessuna analisi è completa e rispondente ai criteri ideali, non lo è neanche quella del terapeuta, che può essere diversamente messo alla prova anche in ragione delle specifiche risonanze personali con quel determinato adolescente. In questi casi dunque, di fronte all’adolescente che vuole tagliar corto e subito, sia che il terapeuta si opponga sia che aderisca ai tempi e modi proposti dall’adolescente, si
realizza la perdita di un’occasione unica per la coppia terapeutica.
Nel primo caso infatti il braccio di ferro non sortirà alcun effetto se non di saturare di conflittualità il poco tempo rimasto, nel secondo colluderemmo con la spinta dell’adolescente a bypassare l’elaborazione delle resistenze
e del lutto. Così, il tempo compresso dell’urgenza di fuga dell’adolescente non può essere dipanato e aperto in un tempo per pensare –un’ultima volta insieme – il senso dell’approdo che si sta realizzando.

Note

1. Riferendosi alla valutazione da parte dell’analista sulla stabilità dei risultati raggiunti, per capire se sia il momento di terminare il trattamento, così scrive: «Interrogheremo prima l’esperienza e poi la teoria per sapere se ciò sia possibile» (p. 34).


BERGMANN M.S. (1997). Termination: The Achilles heel of psychoanalytic technique.
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CAHN R., TAIEB-FICSTEIN N. (2000). L’issue des traitements psychanalytiques
a l’adolescence. Adolescence, 18, 1, pp. 189-207.
DE SIMONE G. (1994). La conclusione dell’analisi. Teoria e tecnica. Roma: Borla.
FERRARO F., GARELLA A. (2001). In-Fine. Saggio sulla conclusione dell’analisi.
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GABBARD G. (2009). What is «Good Enough» Termination? Journal of Amer.
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GRUPPO ROMANO DI STUDIO SULL’ADOLESCENZA (1986). L’interruzione
della psicoterapia da parte degli adolescenti. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza,
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LADAME F. (1999). Intervento al Congresso Internazionale: Analisi terminabile
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NICOLÒ A.M. (2001). Conclusione elaborata, conclusione agitata nel trattamento
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