Anno 2009 - N.2 - Genitori

GENITORI

Gianluigi Monniello

La genitorialità, comprensiva di maternità e paternità, costituisce un insieme di processi, in gran parte inconsci, i cui derivati trovano la loro espressione nei comportamenti impliciti ed espliciti dei genitori. Tali comportamenti tradiscono l’esperienza fantasmatica e agita di soggetti adulti confrontati ai loro figli, ai loro discorsi, al loro modo di essere e di funzionare.

SOMMARIO

ARTICOLI ORIGINALI

LA FUNZIONE GENITORIALE IN ADOLESCENZA OGGI
Simonetta Bonfiglio

SGUARDO DEL PADRE E PUBERTARIO FEMMINILE
Gianluigi Monniello

L’ONDA ANOMALA OVVERO L’ADOLESCENTE NELL’ANALISI DELLA MADRE
Giovanna Montinari

LA PSICOANALISI SENZA IL PAZIENTE
Paola Carbone

L’ADULTO ALLA PROVA DELL’ADOLESCENZA
Adriana Maltese

L’ARTICOLO DEL MAESTRO

FIGLIO E PADRE
Peter Blos

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Una dispensa per l’educazione stradale
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Sonia: tra-dire e agire
Stefano Amati

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Jeammet P., Adulti senza riserva. Quel che aiuta un adolescente
Francesca Di Giacomo

Angelini L., Bertani Free Student Box
Maurizio Cottone

Fabbrici C., Il Campo
Daniele Biondo

Albasi C., Psicopatologia e Ragionamento Clinico
Filippo Mittino

Il desiderio di avere un figlio, la sua realizzazione, gli scambi e le soggettivazioni che quotidianamente si producono con lui e grazie a lui costruiscono il diventare genitore. Tale processo prosegue per tutta la vita ma attraversa condizioni di alta criticità quando il figlio incontra la pubertà. Il tema che intendo sviluppare in queste note riguarda l’evoluzione dei processi di genitorialità allorquando il figlio o la figlia incontrano l’evento puberale, quando cioè il pubertario (Gutton 1991) si avvia. Può essere utile, a questo scopo, pensare all’insieme familiare come a un’unità culturale, immaginaria e simbolica, ora impegnata in una metamorfosi obbligata. Senza dubbio l’accesso alla condizione di essere genitori di un adolescente espone a possibili crisi interiori, per lo più silenziose dal punto di vista clinico, ma non per questo da sottovalutare.

È perciò utile distinguere la condizione di essere genitori, avere cioè un rapporto di parentela, dal vivere la genitorialità (parenthood), processo psichico di costruzione e di ricostruzione che si sviluppa nel corso dell’intera vita. La genitorialità per costruirsi pienamente nelle sue funzioni necessita della presenza di almeno due protagonisti e dei processi di terziari (Green 1972) che li mettono in rapporto. Da un lato il genitore deve essere nella posizione di accettare di dare, di trasmettere qualche cosa che vada oltre il saper fare o il saper pensare, includendo il saper essere e il saper vivere. Dall’altro tali aspetti del proprio sapere non possono essere trasmessi se non è operante una forma di alleanza, in gran parte inconscia, in colui al quale la trasmissione è indirizzata, in forma diretta o indiretta. L’alleanza si manifesta attraverso la recettività e il riconoscimento, da parte del figlio, della preoccupazione e dell’autorità genitoriali, senza che esse arrivino a minacciare il suo narcisismo.

A tale proposito segnalo come sia possibile osservare alcune persone che sono dei buoni nonni senza, peraltro, essere riusciti a fare i genitori. Così se la genitorialità può apparire come un dato primario della coscienza, non lo è affatto per quanto riguarda l’inconscio. Come scrive Gutton: «Diventare genitore comporta la necessità implicita di un lavoro su di sé a frequenza quotidiana… […] Riconosciamo la difficoltà di questa impresa ordinaria» (Gutton 2006).

Le figure genitoriali vanno incontro alle seguenti sollecitazioni: proprio perché eredi dell’infantile, portatrici di continuità rassicurante (qualità dei legami) e conservatrice, fonti di appoggio all’Io, rappresentanti del Super-io (soprattutto ad opera del loro stesso Super-io) sono profondamente messe in discussione dall’adolescente; d’altra parte proprio perché impegnate nella vita attuale e quindi nella discontinuità della storia nuovamente in gioco del figlio adolescente, devono, al contempo, fornire appoggio alle nuove elaborazioni narcisistiche e oggettuali pubertarie, alle nuove riorganizzazioni superegoiche e ideali.

L’adolescenza dei figli interroga profondamente l’equilibrio psichico dei genitori, sappiamo come Winnicott abbia affrontato la questione. A suo modo di vedere, il compito dei genitori dell’adolescente sarebbe primariamente quello di accogliere gli attacchi e di sopravvivere. La sopravvivenza, infatti, garantisce la loro piena distruzione in fantasia nel mondo interno dei figli adolescenti. Per questa via essi arriverebbero a far uso degli oggetti genitoriali riconoscendoli anche in quanto persone adulte reali, senza sentirsi ad ogni piè sospinto, pervasi da sensi di colpa per i propri moti distruttivi e minacciati da ritorsioni.

Tale indicazione di fondo non va però presa semplicemente alla lettera ma acquista valore se la suddetta sopravvivenza si sostanzia, nel genitore, nel riconoscimento della naturale rimessa in gioco della propria adolescenza e dei limiti eventuali della sua elaborazione, nella capacità di favorire e accompagnare il processo di crescita psichica della nuova generazione fino ad accogliere i segnali di un possibile superamento con orgoglio di genitore e non solo come ferita inferta all’amor proprio. Il complesso edipico deve potersi dispiegare come grande organizzatore della vita psichica e non cristallizzarsi in una conflittualità interminabile.

Scrive bonariamente Ogden (2009):

Dio, nella sua infinita sapienza, ha creato l’adolescenza. Nessuno potrebbe sopportare il pensiero di separarsi da quelle care anime che sono i nostri bambini quando hanno 6 anni (specialmente quando li guardiamo dormire). Ma, fortunatamente, divengono lunatici a 12 o 13 anni, e, quando arrivano a 16, cominciamo a contare i giorni che mancano prima che lascino casa. Se non fosse per l’adolescenza, non li lasceremmo mai andare. In questo senso noi uccidiamo i nostri figli adolescenti, contribuiamo a far terminare la loro vita in quanto figli, e, così facendo, li aiutiamo a crescere (p. 89).

Come si è soliti affermare l’essere genitori comporta l’assunzione di una profonda responsabilità. L’importanza dei genitori nella vita dei figli e gli effetti dell’amore primario per loro da parte dei figli sono drammaticamente espressi da uno scrittore, Pascal Mercier (2004), che in Treno di notte per Lisbona scrive:

Tremo al solo pensarci davanti alla non pianificata, ignorata, ma ineludibile e inarrestabile violenza con cui i genitori lasciano nei propri figli tracce che, come un marchio infuocato, non potranno mai più cancellarsi. Con uno stilo rovente i tratti del volere e del timore parentali si inscrivono nell’anima dei piccoli, totalmente inermi e ignari di quanto succede loro. Impieghiamo un’intera vita a trovare e a decifrare il testo inciso con il fuoco e non siamo mai sicuri di averlo compreso (p. 275).

Può essere allora interessante riconoscere come il termine responsabilità contenga sia l’idea di risposta che quella di abilità. A tale proposito Boubli e Efrat-Boubli (2006) sviluppano il concetto respons-ability, intesa come capacità di risposta molto primitiva sia alla sollecitazione intrapsichica sia a quella dell’altro, capacità che si organizza, in seguito, in responsabilità verso se stesso e verso l’altro. La capacità di rispondere adeguatamente alle attese della madre può osservarsi in bambini anche molto piccoli; ma l’adeguamento della risposta può svolgersi, talvolta, a scapito del bambino, che può farsi poco attento ai propri bisogni. Così alcuni figli sviluppano forme di ipermaturità svolgendo funzioni antidepressive, in particolare nei confronti delle proprie madri, attitudini che certo non facilitano il loro sviluppo affettivo ma la tendenza ad assumere stabilmente la posizione del genitore. Tutto ciò per sottolineare come il processo di genitorialità includa la respons-ability, cioè la capacità di rispondere e di essere autorevoli senza seduzione. Così trovare la giusta vicinanza al corpo del bambino, trarre piacere nel modulare il proprio ritmo in funzione del suo, implicano la capacità di mobilizzare la propria pulsionalità desessualizzando il legame con il proprio figlio, e l’attitudine a dispiegare una «corrente tenera» (Freud 1912), permettendo di parlare il linguaggio della tenerezza e della ricerca di sicurezza. Sono queste le condizioni che attestano le prime profonde difficoltà alla genitorialità. Esse avranno conseguenze più drammatiche quando il figlio diventa pubere ed è confrontato con la necessaria e ineludibile appropriazione di sé e del proprio corpo sessuato.

Il tema dell’autorità costituisce un altro dei punti di snodo della riflessione attuale intorno ai rapporti fra genitori e figli adolescenti. Quanto è in primo piano, in molti scambi, è proprio la tendenza dei genitori a ricercare argomentazioni per convincere i loro figli intorno alle loro decisioni. I genitori tendono cioè a spiegare le ragioni, il senso e il valore delle loro prese di posizione o dei loro divieti proposti ai figli. L’aspettativa di tali genitori è quella di convincere il figlio della giustezza di quelle loro decisioni. Il risultato è la salvaguardia di accordo e vicinanza e la continua giustificazione del proprio operato realizza una forma di seduzione con potenzialità incestuose. In questo caso l’adolescente sente confusamente che i propri genitori non sono in grado di offrirsi a lui come argini alla sua angoscia né di sopravvivere ai suoi attacchi. Tutto ciò lo porta a sentirsi confuso e rabbioso. Queste dinamiche hanno indotto alcuni a riconsiderare il valore di un’autorità non continuamente negoziata ma talvolta esercitata sull’adolescente, quando quest’ultimo lascia deperire la propria alterità o attacca quella degli altri. Non tutto va condiviso e negoziato, una certa distanza motiva curiosità e desiderio. Ma anche in questi casi non si tratta tanto di esercitare tout court l’autorità quanto piuttosto di fare atto di presenza, interdire ma fornire, al contempo, modelli e appoggio alla costruzione di sé del figlio, attraverso un esercizio dell’autorità impegnato e rispettoso dell’alterità.

D’altra parte l’adolescente non smette di interrogare a fondo i genitori per scoprire se l’averlo fatto nascere sia ancora soprattutto l’espressione del loro bisogno di essere riforniti affettivamente, «avremo qualcuno che si occuperà di noi», o di impossessamento «avremo qualcuno che dipenderà da noi» oppure, grazie alla sua presenza, essi sono ora adulti capaci di manifestare piacere per la loro condizione di madre o di padre.

Bibliografia:

BOUBLI M., EFRAT-BOUBLI B. (2006). La parentalité: un processus, hors con- fusion des langues, favorisant la croissance psychique. Adolescence, 24, 1, 55-67.
FREUD S. (1912). Secondo contributo. Sulla più comune degradazione della vita amorosa. In: Contributi alla psicologia della vita amorosa. OSF, Vol. 6. Torino: Boringhieri, 1974.
GREEN A. (1972). Note sui processi terziari. In: Propedeutica. Roma: Borla, 2001.
GUTTON P. (1991). Le pubertaire. Paris: PUF.
GUTTON P. (2006). Parentalité. Adolescence, 24, 1, 9-32.
MERCIER P. (2004). Treno di notte per Lisbona. Milano: Mondadori, 2006. OGDEN T.H. (2009). Riscoprire la psicoanalisi. Milano: CIS Editore, 2009.

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