Anno 2008 - N.2 - Adolescenze inquiete

ADOLESCENZE INQUIETE

Gianluigi Monniello

L’inquietudine dell’adolescente si snoda su uno stretto crinale: da un lato c’è la ricerca della propria originale singolarità, dall’altro la minaccia di scivolare nella sofferenza psichica.

SOMMARIO

ARTICOLI ORIGINALI

“RACCOGLITORE” DI ADOLESCENTI
Capacità esplorative psicoanalitiche con adolescenti tormentati
Tito Baldini

TEMPI MODERNI E INTUIZIONI DI MARCO LOMBARDO RADICE
Adulti e figli adolescenti
Lidia Ravera

L’ADOLESCENTE INQUIETO
Christopher Bollas

L’ADOLESCENTE, IL SÉ INQUIETO E L’ELABORAZIONE DELL’ESPERIENZA
Mario Ardizzone

FALLIMENTO DELLA FUNZIONE PATERNA E INQUIETUDINE ADOLESCENTE
Daniele Biondo

RUOLO DELLA FUNZIONE CONTENITIVA
Gianluigi Monniello

SCRITTO SUL CORPO. CONDOTTE AUTOLESIVE E ADOLESCENZA
Maura Ferrara

LO STRANIERO DI CAMUS: ALLA RICERCA DELLA RECLUSIONE
Philippe Jeammet

APPORTI CLINICI

NON PIÙ BAMBINO, NON ANCORA ADOLESCENTE
Riflessioni su una metamorfosi
Marina Sapio

INTERVISTA A RAYMOND CAHN
Marie-Christine Aubray, Dominique Agostini

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RUBRICHE.

PER AIUTARLI A CRESCERE

Esperienze depressive in adolescenza
Silvio Fasullo

Prevenzione del suicidio e carcere minorile
Ugo Sabatello, Silvia Scorza, Paola Menichelli

SCRIVERE PER FORMARSI

Gianna, verso la rappresentazione
Alessandra Porrini

IL PUNTO SU

Trasformazioni della mente adolescente e neuroscienze
Lauro Quadrana, Gianluigi Monniello

LA BIBLIOTECA DI AEP. RECENSIONI

Algini M.L., Sulla storia della psicoanalisi infantile in Italia
Ignazio Ardizzone

L’inquietudine si inquadra classicamente come «ulteriore sviluppo dell’isterismo d’angoscia» (Fenichel 1947) e quindi rimanda a una condizione di paura dell’angoscia, successiva all’esperienza di averla vissuta. Sullo sfondo di ogni inquietudine c’è quanto è stato da subito sottolineato da Freud, e cioè l’impotenza dell’essere umano (Hilflosigkeit) e l’assoluto bisogno di un aiuto per crescere. Di tanto in tanto, però, l’inquietudine interna può essere placata, acquietarsi grazie alla constatazione di condizioni di stabile inquietudine dell’ambiente esterno, constatazione che alimenta il fisiologico valore difensivo della proiezione.

Proprio per questo il termine acquietamento (apaisement, appeasement) ha una grande rilevanza nella clinica. Si riferisce a una condizione di buon funzionamento dell’apparato psichico, che è all’opera dopo essere stato inondato dal pulsionale o, se si vuole, dalla sofferenza psichica dovuta a stati di angoscia pervasiva. Così per alcuni pazienti l’obiettivo è proprio quello di arrivare a sperimentare a sufficienza, più e più volte, stati di acquietamento, per rappresentare più stabilmente tali condizioni di appropriazione dell’esperienza.

L’adolescente inquieto è quindi soprattutto colui che non riesce a fare l’esperienza di acquietarsi, restando in balìa, passivizzato dall’urgenza pulsionale.

L’immagine dell’adolescente che corre il rischio di cadere evoca naturalmente il tema della caducità, di cui ha poeticamente parlato Freud (1915), durante «una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura». Scrive Freud: «Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che con il sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa» (p. 173). Così l’adolescente inquieto confrontato all’atto e all’esperienza di creazione di sé, a cui la sua adolescenza lo chiama, può ritrovarsi inadeguato, incapace di imboccare il suo percorso di vita e perciò lasciarsi cadere. D’altra parte sappiamo bene come sia necessario l’investimento (libidico e sanamente aggressivo) di un altro o di più altri, presenti nello spazio psichico e nell’ambiente esterno di quell’adolescente, perché la sua adolescenza possa farsi. In particolare, ci sono dei momenti cruciali per la soggettualità dell’adolescente, durante la sua passeggiata sulla via della crescita, nei quali «qualcosa che deve accadere non avviene». Allora, sentendosi precipitare, può rannicchiarsi mortificato o reagire distruttivamente. A questo punto, in quanto adulti, come riuscire ad essere dei referenti adeguati o come accostarsi a chi ha iniziato a cadere o è giunto al fondo della sua caduta e ne sta constatando gli effetti?

Nella grave sofferenza psichica molte sono le vie d’espressione della fragilità delle basi narcisistiche dell’adolescente, che, seppur caoticamente e rabbiosamente, va comunque alla ricerca di un possibile referente adeguato (l’ambiente, l’oggetto esterno). Come predisporsi a dialogare con la profonda inquietudine che, talvolta, permette il contatto con l’altro solo per brevi attimi, attraverso l’intensità di uno sguardo, una tonalità della voce, una libera associazione, una calzante metafora o una fulminea interpretazione?

A tale proposito, più di ogni altro esempio, vale quanto Cournut (1989) ha saputo dire all’adolescente che aveva fatto irruzione, armato di pistola, nel suo servizio psichiatrico: «Ma, attenzione, io non sono suo padre».

Ha senso allora cercare riferimenti teorici più «facilitanti» di altri, che permettano di comprendere e avvicinare tale condizione di precario equilibrio e quali attitudini e inquietudini dell’analista sono in gioco quando taluni adolescenti, disperatamente inquieti, sono raggiunti e «presi al volo»?

Sulla scia di queste riflessioni, in questo numero di AeP abbiamo pensato di focalizzare un aspetto apparentemente limitato, cioè quello del particolare momento di incontro che accende la scintilla fra adolescente e adulto referente. Ovviamente la scintilla è sovradeterminata, ma il fatto di sentir descrivere alcuni momenti significativi d’avvio dell’alleanza terapeutica solleva ricordi della propria esperienza clinica e sostiene il possibile naturale coraggio di fronte a situazioni nelle quali «o si accetta o si rifiuta: questo è tutto» (Lombardo Radice e Monniello 1987).

In fondo possiamo riconoscere che quanto Alchhorn, indiscusso pioniere in questo campo, faceva con intuito e caratteriale buon senso con i suoi giovani traviati possa, ora, essere messo in gioco attraverso una naturale ma articolata attività preconscia dell’analista di adolescenti che ha potuto, nel corso della sua formazione specifica, delle sue letture e della sua esperienza clinica metabolizzare quanto alcuni pensatori psicoanalitici hanno negli anni messo in pratica e teorizzato.

A quasi vent’anni dalla sua morte ci fa allora piacere ricordare Marco Lombardo Radice che con il suo impegno di clinico e di studioso ha certamente contribuito ad avviare il processo di articolazione fra il limitato bagaglio teorico di allora e l’avvio del forte sviluppo della psicoanalisi dell’adolescenza che si stava delineando agli inizi degli anni Ottanta.

Baldini ripercorre lo spirito del lavoro di Lombardo Radice, il suo linguaggio di clinico in prima linea di fronte alla dilagante inquietudine dell’adolescente sofferente. Al suo scritto fanno seguito due contributi molto diversi ma ambedue molto affettivi. Il primo, rievocativo della persona, di Lidia Ravera, compagna di strada di Marco e il secondo, psicoanalitico, di Christopher Bollas che, nelle sue frequenti presenze all’Istituto di Neuropsichiatria Infantile, di Marco era diventato, per varie e brillanti affinità, amico.

Gli altri testi, con modalità e stili diversi, riferiscono di incontri e di condizioni necessarie che possono preparare alleanze terapeutiche particolarmente significative, tra analista e adolescente, attraverso cui è stato possibile creare momenti di contatto, scambio, suggestione, tali da costruire il dialogo, laddove era difficile ipotizzarlo.

All’inquietudine vorrei accostare il termine altamente psicoanalitico di investimento. Gli adolescenti hanno bisogno di essere nutriti dall’investimento libidico e aggressivo dell’adulto adeguato alla loro speciale condizione. Le prerogative della vita psichica dell’adolescente possono essere perse ma anche essere riacquistate con eguale facilità e tutto ciò dà particolare enfasi a quelli che, negli studi relativi alle relazioni precoci, sono stati chiamati i momenti di incontro (Stern 2004). Ciò è legato al naturale potenziale dell’adolescente e, al contempo, all’investimento dell’altro sull’importanza che si formi il suo capitale umano. A tale proposito segnalo quanto scrive Odgen (1989, p. 157):

Se la madre è in grado di tollerare in modo soddisfacente il riconoscimento dei propri desideri e delle proprie paure, allora ha anche meno paura degli stati di tensione che si creano nel suo bambino e che sono in procinto di diventare vissuti consapevoli. E quando la madre è capace di tollerare una tensione protratta nel bambino, le è possibile rispondere a un determinato stato di tensione come ad un aspetto dell’essere vivo del bambino.

Penso che tutto ciò abbia anche un enorme valore rispetto alla possibilità di riconoscere all’adolescente i suoi aspetti dell’essere vivo, del suo andare alla ricerca del proprio progetto di crescita. Cahn, nell’intervista (Aubray e Agostini 2008) che pubblichiamo in questo numero, sottolinea una condizione della mente essenziale per chi lavora con gli adolescenti. Egli parla di «potenziale del soggetto» che rappresenta secondo me il fuoco dell’investimento terapeutico. Si tratta di uno stato di amore primario dello psicoanalista per il funzionamento mentale dell’adolescente.

Del resto l’oggetto esterno, lo abbiamo sottolineato in molti modi, diventa nuovamente, dopo i tempi originari delle relazioni precoci, co-artefice delle costruzioni psichiche dell’adolescente, necessarie a rafforzare e consolidare le sue basi narcisistiche, così da arrivare a far sufficientemente bene «uso dell’oggetto» e sviluppare il suo potenziale di crescita. Tutto questo deve essere nuovamente trovato/creato, conosciuto ma non pensato dall’adolescente.

Al contempo, quello che l’adolescenza fa balenare è l’illusione creativa e sublimatoria di esaurire il transfert infantile. Poter cioè giungere a un punto per cui non si trasferiscono più tanto i moti del passato ma si è liberi di conoscere il nuovo, incuriosirsi a quanto ci circonda senza sottostare alla «forma» del transfert. Si tratta di momenti di grande recettiva apertura, veri e propri momenti di innamoramento per il proprio libero funzionamento. D’altra parte non manca mai il rischio di tornare all’illusione antagonista, quella di poter essere catturati dal canto delle sirene, proveniente dall’oggetto primario.

Quali allora le costruzioni psichiche possibili in un’epoca di straordinaria apertura ai transfert da parte dell’adolescente?

L’adolescente richiede che l’altro sia lì saldo ma senza intrudere e sia in grado di offrire spazio, ascolto e attività di pensiero adeguati alla sua particolare condizione che è quella di prendere confidenza con la vita psichica. In fondo la nostra principale funzione terapeutica è quella di mantenere viva la vita immaginativa e di far sognare.

Bibliografia:

AUBRAY M., AGOSTINI D. (2008). Interview de Raymond Cahn. Adolescence. 26, 2, 517-535.
COURNUT J., HABER M. (1989). L’adolescent au revolver. Rev. Franç. Psychanal. 52, 6, pp. 1785-1790.
FENICHEL O. (1947). Trattato di psicoanalisi. Roma: Astrolabio, 1951.
FREUD S. (1915). Caducità. In: OSF. Vol. XI. Torino: Boringhieri.
LOMBARDO RADICE M., MONNIELLO G. (1987). È proprio utile usare il concetto di trattabilità? Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. 54, 4, 417-423.
OGDEN T. (1989). Il limite primigenio dell’esperienza. Roma: Astrolabio, 1992. STERN D. (2004). Il momento presente. Milano: Cortina, 2005.

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