Anno 2007 - N.2 - Giovane adulto

PSICOANALISI E GIOVANE ADULTO

Gianluigi Monniello

L’idea di riflettere sulla psicoanalisi e sulla psicoterapia di giovani adulti, che peraltro egli preferiva chiamare preadulti, fu avanzata, qualche anno fa, da Novelletto, quando si trattò di definire il tema del VII Convegno Nazionale di Psicoterapia dell’Adolescenza.

SOMMARIO

LINEE D’OMBRA: IL GIOVANE ADULTO NELLA METAFORA DEL GRANDE VIAGGIO
Paola Carbone

MODELLI PSICOANALITICI NEL PASSAGGIO ALL’ETÀ ADULTA. ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL FINIRE DELL’ADOLESCENZA
Gustavo Pietropolli Charmet

I DOLORI DEL GIOVANE ADULTO. ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL FINIRE DELL’ADOLESCENZA
Giuseppe Pellizzari

DIALETTICA TRA IDENTITÀ E ALTERITÀ NEL GIOVANE ADULTO
Domenico Resta

IL GIOVANE ADULTO NELL’ANALISI
Gianluigi Monniello

IL PROCESSO DI SOGGETTIVAZIONE NELLA DIAGNOSI DEL GIOVANE ADULTO
Giovanna Montinari

DALLA PSICOTERAPIA DELL’ADOLESCENTE A QUELLA DEL GIOVANE ADULTO
Elena Riva

Leggi tutto

RUBRICHE

PER AIUTARLI A CRESCERE

Che fine fanno gli adolescenti “difficili” quando diventano giovani adulti?
Tito Baldini

SCRIVERE PER FORMARSI

Osservazione madre-bambino di uno psicoterapeuta maschio
Cristiano Curto

Il processo di femminilizzazione nella relazione terapeutica: il caso di Maria
Giorgia Mattivi

LA BIBLIOTECA DI AEP

IN PRIMO PIANO

“Un lungo sogno” e il coraggio nel pensare
Tito Baldini

RECENSIONI

De Silvestris P., La difficile identità
Gianluigi Monniello

Garflied D., Un’emozione insopportabile
Lauro Quadrana

Mancuso F., Percorsi di trasformazione nella cura analitica
Simone Pilia

NOTIZIARIO DEI GRUPPI ITALIANI DI PSICOTERAPIA DELL’ADOLESCENZA

a cura di Giovanna Montinari

Guardando alla sua vita professionale e attento alla cultura del tempo, egli aveva l’impressione che: «Sempre più spesso persone comprese nella fascia d’età dai 20-22 ai 38-40 anni vivono una difficoltà di maturazione interna che si riflette nella vita affettiva, lavorativa, sociale» (Novelletto, in corso di stampa).
D’altra parte molti dei pazienti che richiedono e usufruiscono del lavoro psicoanalitico (sedute plurisettimanali, uso del lettino e dell’interpretazione delle resistenze e del transfert) sono compresi in questa fascia d’età. Spesso la loro vita di adulti inizia proprio con l’analisi.

L’attenzione per questo argomento potrebbe anche indicare il soddisfacente livello attualmente raggiunto dalla riflessione teorica nell’ambito della psicoanalisi dell’adolescenza. Agli inizi degli anni Ottanta l’interesse degli psicoanalisti dell’adolescenza era soprattutto focalizzato al primo e al medio adolescente. L’intento era quello di esplorare la possibile specificità della loro vita psichica, pur nella considerazione della pervasività sincronica dell’infantile e dell’atemporalità dell’inconscio. All’epoca la posta in gioco era quella di sostenere l’utilità o meno di una psicoanalisi dell’adolescenza distinta da quella del bambino e da quella dell’adulto. Veniva tra l’altro indicata l’importanza, nella formazione dell’analista, di rivisitare le personali vicissitudini adolescenziali accanto a quelle infantili e la necessità di considerare l’applicazione di parametri di tecnica nei confronti di un paziente ritenuto non in grado di organizzare la nevrosi di transfert, ma di funzionare prevalentemente a livello narcisistico (stabilizzare l’investimento su di sé). Si trattava, allora, di osservare se alcune concettualizzazioni, assunte per lo più nella mente dell’analista, potessero permettere la costruzione della relazione terapeutica, eventualmente facilitare il transfert del breakdown evolutivo sull’analista o il processo di isterizzazione in soggetti molto sofferenti, arresi al loro corpo sessuato e al di qua della nevrosi infantile. Certamente, in questi anni, lo studio dei processi dell’adolescenza ha fornito importanti contributi al lavoro con i pazienti adulti e arricchito la riflessione metapsicologica. Si tratterebbe, in un certo senso, di continuare a seguire i propri pazienti adolescenti mano mano che crescono, e di valutare l’utilità di estendere per qualche altro anno le consolidate competenze dello psicoanalista dell’adolescenza.

Ma è proprio utile caratterizzare un ulteriore periodo di passaggio fra l’infanzia e l’età adulta, dopo la latenza e l’adolescenza? Ha senso dettagliare specifici aspetti, obiettivi evolutivi e compiti formativi in anni che è alquanto opinabile delimitare?

Non si corre il rischio di «precostituire» un arco temporale, che impegna il soggetto (in particolare il suo Io) a elaborare la perdita di immagini di sé, a integrarne di nuove, ad essere cioè esposto al conflitto, a legamenti e slegamenti psichici pericolosi per la continuità del suo essere?

Certamente l’enfasi sui passaggi evolutivi valorizza la funzione organizzante o disorganizzante, per lo psichismo, dei momenti di conflittualizzazione; tale funzione, infatti, è l’espressione dei processi di sviluppo precedenti e rivela la loro eventuale eccessiva incompiutezza.

Molti giovani adulti, dopo un’adolescenza facile, si lamentano di un malessere crescente e di difficoltà di vita impreviste, indicando fino a che punto questo passaggio è suscettibile di risvegliare conflitti importanti. L’iperinvestimento narcisistico dell’adolescenza proteggeva tali soggetti che, confrontati alle esigenze dell’amore e delle costrizioni del lavoro, manifestano una sofferenza acuta.

Una forte caratterizzazione del tempo del giovane adulto potrebbe, ai nostri giorni, risultare persino strumentale, fornendo un traguardo intermedio al tardoadolescente, che vedrebbe così procrastinarsi la necessità di cominciare la sua vita adulta, riconoscendo un’immagine di sé e stabili confini alla sua vita affettiva e lavorativa.

L’osservazione di una difficoltà a cominciare la vita adulta interroga naturalmente sulla possibilità o meno di stabilire la fine dell’adolescenza. Il suo inizio è biologicamente definito dall’evento puberale che impegna nella progressiva simbolizzazione del menarca, dell’eiaculazione e dell’orgasmo. Sappiamo, dunque, che se certamente il corpo manifesta i suoi tempi, l’elaborazione psichica della genitalità ha ritmi diversi ed esiti non immediatamente prevedibili.

Alcuni Autori hanno descritto aspetti del funzionamento psichico che indicherebbero l’ingresso nella vita di adulto. Ritvo (1971) considera indicativi sia il prevalente rivolgimento verso l’ambiente esterno degli investimenti, sia il riconoscimento della dipendenza dal corpo dell’altro, condizione non più presente dopo la primissima infanzia. Il fatto che la soddisfazione dipenda dall’oggetto esterno implica una modificazione della relazione o dell’equilibrio fra il principio di realtà e il principio di piacere. Anche il consolidamento dell’ideale dell’Io, sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, ora in grado di proporre obiettivi realistici e realizzabili, costituisce un indice attendibile. Inoltre, sono significativi l’inserimento sociale e il sentimento di appartenenza alla collettività, in quanto esprimono la condivisione della colpa inconscia di fronte al parricidio compiuto dall’orda primitiva che, come dice Freud, fonda la vita comunitaria (Morvan, Alléon 1995).

Ma soprattutto «la fine dell’adolescenza si annuncia quando il Super io è ben definito nelle sue caratteristiche di autonomia anonima, di contenuto ideologico culturale assimilato e di costanza quasi di immobilità […]. Pertanto, la maturità potrebbe essere definita come la fine del transfert su di un oggetto parentale (reale o fantasmatico), e come l’incapacità di fare qualsiasi transfert nella vita (fine della capacità amorosa, in particolare) e nella cura. L’adultità è resistenza al transfert e l’adolescens capacità di transfert. Il fatto di intraprendere un’analisi sarebbe legato all’aspetto incompiuto dell’adolescenza» (Gutton 1995).

Il termine giovane adulto è stato utilizzato inizialmente da Blos (1962) che, interessato proprio alla conclusione dell’adolescenza, ha cercato di puntualizzare i possibili indicatori di un percorso di sviluppo sufficientemente riuscito.

Secondo questo Autore il giovane adulto è chiamato a svincolarsi dalle relazioni con gli oggetti d’amore originari, di cui le storie senti- mentali dell’adolescenza ripetono di solito, e talvolta in forma caricaturale, le modalità edipiche; ma anche, al contempo, a intraprendere nuove vie di realizzazione di sé nella vita relazionale e lavorativa.

Senza dubbio il giovane adulto risulta maggiormente pronto, rispetto all’adolescente, alla riflessione sul proprio funzionamento psichico e a richiedere in prima persona un aiuto psicologico; i processi di differenziazione dalle figure genitoriali sono più acquisiti, c’è l’occasione di elaborare maggiormente il rapporto con l’oggetto primario e la presa d’atto della complementarità dei sessi vettorializza la ricerca dell’oggetto d’investimento libidico. L’Io ha recuperato il controllo, dopo il debordamento pulsionale che il pubertario ha a lungo imposto. Anche il rapporto con la temporalità è cambiata: il giovane adulto è meno immerso nella dimensione evolutiva (diacronica) e più consapevole di quella sincronica (strutturale); si stabilizza una condizione nella quale ambedue le dimensioni sono operanti e possono dialogare.

La riflessione sul giovane adulto nasce anche dalla constatazione del profondo e soprattutto rapido cambiamento della classe dei genitori nell’arco degli ultimi trenta, quaranta anni. Ovviamente le differenze generazionali sono sempre tante e significative, soprattutto se osservate ancora dal di dentro, senza lasciare alla storia tutto il tempo necessario per scriversi. Resta il fatto che il modello familiare si è notevolmente modificato, le prospettive di vita enormemente allungate e anche le espressioni della sessualità e della procreazione dispongono ormai di percorsi inimmaginabili fino a pochi decenni fa.

Penso sia allora lecito chiedersi: i giovani adulti di oggi di quali oggetti interni dispongono, quali coloriture può assumere il loro amore di transfert, e quali identificazioni genitoriali contribuiscono alla costituzione del loro Super-io?

Sono in molti a riconoscere come il principio di autorità si sia indebolito, e come ai problemi legati alla colpa si sostituiscano ormai quelli legati alla costruzione dell’identità (Pellizzari 2007). In fondo la patologia narcisistica, espressione della precarietà delle basi narcisistiche, non può che condizionare la funzione organizzativa della conflittualità edipica; essa non può pienamente dispiegarsi, in quanto l’insicurezza narcisistica e la ricerca omofilica sono così dominanti da far assumere all’investimento eterosessuale una dimensione esagerata e trascinare il soggetto al di là di se stesso.

Da parte mia, per riprendere gli interrogativi che ho evocato all’inizio, ritengo che sia euristico prendere atto che l’adolescenza, così come l’infanzia, finiscano veramente, abbiano una loro concreta dissolvenza, per poter, proprio per questo, essere efficacemente riprese, arricchite e risignificate nel corso della vita. Perché ci possa essere la posteriorità, perché l’elaborazione psichica dell’après-coup possa dispiegarsi, è necessario che ci sia un prima e un dopo, una cesura fra due tempi, dove il primo tempo è votato alla dimensione tragica e traumatica, che si appoggia ai messaggi del corpo, mentre il secondo tempo resta dedito all’interminabile ma creativo e soggettivo lavoro di rappresentazione e di simbolizzazione, all’elaborazione psichica.

Non si tratta certo di stabilire se il lutto dell’infanzia sia bene o male elaborato, ma di riconoscere, al di là di questo, se l’Io dell’adulto abbia dovuto tagliare presto e drasticamente con l’infantile, per antichi timori di essere sopraffatto, e quanto si ritrovi ora sofferente, perché impedito nella possibilità di lasciarsi sorprendere dalle sue emergenze. Infatti l’infantile resta lì, nell’inconscio, a caratterizzare la psiche umana; è continuamente elaborato, nel tentativo di essere assunto sotto la propria responsabilità, ma senza pretesa di esaurirlo.

I lavori pubblicati in questo numero di AeP offrono una panoramica sulle caratteristiche del giovane adulto e, pur non configurando trasformazioni psichiche paragonabili a quelle dell’infanzia e dell’adolescenza, evidenziano come, nella clinica, siano riconoscibili aspetti quali la non elaborazione dell’adolescenza, la non gestione dell’infantile e la pervasività di intense fantasie di un’eterna adolescenza. Si delinea un contesto clinico nel quale il metodo e il pensiero psicoanalitico possono lavorare in una condizione di dubbio e di intranquillità, e sia pertanto sufficientemente utile parlare di giovane adulto.

Tutti gli articoli sono stati inizialmente pensati alla luce delle indicazioni e degli stimoli avanzati da Novelletto. Penso che i testi che presentiamo gli sarebbero piaciuti. Avrebbe avuto, certamente, molte cose da puntualizzare e da aggiungere.

Bibliografia:

BLOS P. (1962). L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 1980.
GUTTON P. (1995). Entre pubertaire et idéologie, l’adolescent autrement. Ado- lescence, 26, 9-26.
MORVAN O., ALLÉON A.M. (1995). Roc sociologique et maturité. Adolescence, 26, 167-183.
NOVELLETTO A. (2008). Scritti (in corso di pubblicazione).
PELLIZZARI G. (2007). Psicoanalisi degli adolescenti e crisi dell’autorità. Intervento al Convegno Adolescenza liquida, Roma 28 maggio 2007.
RITVO S. (1971). Late adolescence: developmental and clinical considerations. Psychoanal. Study Child, 26, 241-263.

Vedi tutti gli articoli della rivista: