Una ritrovata adolescenza. Concludere l’intervento di compagno adulto

A cura di Mario Manilia e Rita M. Chiara Porco

Partire con un titolo così altisonante, dal punto di vista del suo significato metapsicologico, potrebbe risultare arduo perché non solo ci investe di molteplici aspetti relativi al senso e ai criteri che sono oggetto della cura, ma soprattutto perchè investe di numerose domande l’operatore nel momento in cui si appresta ad affrontare la separazione sul suo piano più intimo e profondo: può farcela senza di me? Riuscirà a compiere quei passi necessari per avviare un processo di soggettivazione?

 

Il senso e gli obiettivi dell’intervento di compagno adulto, come la tecnica e il modello teorico dello stesso, acquistano ancora più rilevanza e profondità quando ci si appresta ad affrontare la fase conclusiva dell’intervento. Per iniziare a tracciare alcune linee teoriche su cui si fondano le basi per sostenere il momento separativo, inteso anche come slancio vitale per tale momento evolutivo, verranno proposti due spunti:

1. Il concetto di diagnosi prolungata di Arnaldo Novelletto, nel quale si fa riferimento alla necessaria narrazione di sé come obiettivo basale per la ripartenza dell’adolescenza; il passaggio dall’identificazione primaria, introiezione immagine materna, idea di essere pensati di essere nella mente dell’altro fino al principio di realtà.

2. La percezione del limite dell’operatore (controtransfert) come risposta alla cura infinita; analisi terminabile o analisi interminabile (Freud 1937).

 

Il primo spunto, la teorizzazione sulla diagnosi prolungata di Arnaldo Novelletto, potrebbe essere relativo ad ogni nuovo inizio di una relazione di cura. Ciò sembra incarnare e sostenere profondamente un probabile nuovo incontro anche tra un compagno adulto e il suo adolescente. Le storie di deprivazione affettiva/primaria degli adolescenti, terreno comune a differenti tratti diagnostici, possono trovare nella relazione con il compagno adulto ciò che viene tradotto con il trovato/creato, di winnicottiana memoria: quando iniziare ad occuparsi di sé passa necessariamente attraverso l’incrocio dello sguardo dell’altro.

 

Dal primo istante, l’incontro tra chi si prende cura e chi ottiene la cura, all’inizio in maniera sufficientemente clandestina, può poco alla volta consentire di introiettare l’oggetto e di sentire di essere pensato/amato. Mantenere e prendersi cura, da parte del Compagno Adulto, dello spazio mentale, simbolicamente il setting dell’intervento, consente di mettere le basi per un legame. La costruzione di un legame, nella concezione di Arnaldo Novelletto, produce una storia, una narrazione in cui possono iniziare ad esistere momenti e ricordi che solidificano la produzione del sé.

 

Insieme ai criteri e agli obiettivi per la conclusione di un intervento, i vissuti controemotivi dell’operatore rappresentano il valido sostegno e un faro nella confusione/oscurità della notte separativa. Non sempre è facile leggere controemotivamente tali livelli perché il compagno adulto va nella casa, sta a stretto contatto con l’adolescente fragile e il livello di psicopatologia con cui viene a contatto è molto elevato; spesso il sostegno del gruppo di supervisione settimanale aiuta a “intelleggere” tali dinamiche che potrebbero portare gli operatori a farsi domande sia sull’effettivo senso della separazione/conclusione dell’intervento sia sul perché dedicarvi tanto tempo con il rischio o di non separarsi oppure di tagliare di netto un legame. Sulla scia di ciò, Freud, nel saggio del 1937: “Analisi terminabile analisi interminabile”, esplica le condizioni necessarie affinchè si possa parlare di esito di un’analisi: oltre alla psicopatologia di partenza, alla necessità di mantenere una costante tensione per l’amore della verità e la realtà c’è la possibilità di padroneggiare i propri punti deboli. Nella nostra formazione, avere in mente questo concetto di Freud in un intervento clinico “altro” rispetto all’analisi classica, permette di considerare e intercettare i propri punti deboli, nel senso che esplorare continuamente il proprio controtransfert, consente di riuscire a sostenere il difficile momento transitorio verso un’adolescenza propriamente detta.

 

Potremmo a questo punto delineare e sintetizzare alcuni punti specifici riguardo il concetto di “conclusione” dell’intervento di Compagno Adulto. La fase conclusiva di interventi così profondi e intensi risulta estremamente delicata ed emotivamente impegnativa. Molto spesso si può riscontrare quanto la conclusione di un intervento di Compagno Adulto sia la risultante dell’integrazione tra:

 

1. necessità istituzionali: Spesso il servizio inviante si trova a fare i conti con famiglie che non accettano di farsi aiutare, rendendo molto difficile il raccordo e la regia dell’intervento. Tanto che, a volte, si rende necessaria una rimodulazione o una conclusione precoce del lavoro con l’adolescente;

2. criteri diagnostici: Tali criteri meritano un approfondimento, dal momento che, in linea generale, riguardano le aree di sviluppo su cui tentiamo di lavorare all’interno di ogni relazione clinica di compagno adulto.

 

Introduciamo, dunque, brevemente, gli obiettivi che cerchiamo di perseguire attraverso il nostro lavoro e che si intersecano inevitabilmente con gli indicatori che, poi, dopo anni, ci fanno propendere per la possibilità di concludere e separarci dai ragazzi che seguiamo.

 

L’obiettivo principale del nostro lavoro riguarda la possibilità di scongiurare lo strutturarsi del breakdown evolutivo, con conseguente cristallizzazione della patologia.

 

La maggior parte dei ragazzi che seguiamo hanno vissuto un breakdown, una crisi, una rottura, un arresto del loro percorso adolescenziale, ma quello che possiamo tentare di raggiungere è che ciò non pregiudichi l’intero percorso di vita dell’adolescente. Da qui il titolo di questo lavoro: un’adolescenza ritrovata.

 

Ritrovata perchè viene riaccesa, fatta ripartire, fatta riemergere dalle macerie del crollo psichico.

Ritrovata perchè ha una nuova forma, una nuova vitalità, una nuova luce. Strettamente collegato a quanto finora esposto, a mio avviso, è il viraggio diagnostico.

 

Se riusciamo a trasformare l’inquadramento diagnostico nel corso degli anni, facendolo, appunto, virare da un versante psicotico o gravemente psicopatologico, in cui l’esame di realtà è sull’orlo della compromissione, a un versante gravemente nevrotico o anche solo mediamente nevrotico, abbiamo compiuto ciò per cui il Compagno Adulto nasce: fornire a ragazzi molto sofferenti un’alternativa, una relazione diversa da quelle a cui sono abituati, una possibilità di condurre la propria adolescenza verso l’età adulta.

 

Ciò che ci fa capire che forse siamo di fronte a un viraggio diagnostico ha a che fare con tre aree principali della vita di un adolescente:

 

Andare a scuola o impegnarsi in un percorso formativo/lavorativo/creativo;

 

Avere una discreta vita sociale che permetta di uscire almeno in parte dell’isolamento relazionale che spesso caratterizza i ragazzi/e che seguiamo;

 

Avvicinarsi anche solo nella fantasia, se non anche nei casi più fortunati nella realtà, alla possibilità di avere una relazione amorosa/sessuale.

 

Una apertura visibile (anche solo di poco) verso queste tre dimensioni ci fa ben sperare in un recupero dell’ adolescenza e, di conseguenza, in una buona fase separativa/conclusiva tra ragazzo/a e operatore/trice.

 

Ultima considerazione, ma non per questo meno importante, da tenere presente quando parliamo di conclusione di un intervento di Compagno Adulto riguarda l’ambivalenza dell’operatore/trice a separarsi dal ragazzo/a.

 

Il profondo vissuto di impotenza che spesso si prova quando si inizia un intervento, soprattutto laddove si vedano dei miglioramenti nel corso del tempo, ma anche quando questi miglioramenti tardano ad arrivare, al momento della separazione potrebbe lasciare spazio al vissuto opposto. Ci si potrebbe sentire indispensabili, onnipotenti, insostituibili. Da qui il rischio di posticipare la conclusione e la separazione, più per necessità emotive inconsce dell’operatore che per la mancanza effettiva di indicatori clinici e diagnostici che ci suggerirebbero che il ragazzo/a è pronto/a a salutare l’esperienza e l’operatore. Lavorare in gruppo (gli operatori con i coordinatori e i coordinatori con il loro supervisore) rimane lo strumento d’elezione per scongiurare effetti iatrogeni di vissuti emotivi inconsci difficili da trattare senza un confronto con chi ha più esperienza e chi, come i propri colleghi si trova a vivere le stesse sensazioni all’interno del proprio lavoro.

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