Girl – Lukas Dhont (2018)

Recensione presente su AeP Adolescenza e Psicoanalisi Anno 2019 n.1 "Transgenere"

a cura di Anna Stolfa

Lara ha 15 anni e con il padre e il fratellino di 6 anni, lascia la provincia fiamminga per trasferirsi in cittĂ , dove poter perseguire il sogno di diventare una ballerina professionista di danza classica.

 

Si apre così Girl di Lukas Dhont, opera di formazione che parla di adolescenza, di transizioni e del dolore di ricercarsi in un corpo in cui non ci si riconosce.

 

Lara apparentemente riservata e timida, mostra caparbietà e tenacia nel suo progetto di transizione, quello che le consentirà, iniziando la terapia ormonale, di cambiare il suo corpo precedentemente bloccato da un trattamento di sospensione pubertaria. Lara, infatti, è nata Victor e da un tempo che non ci è permesso conoscere è alle prese con il suo sentirsi donna e con il desiderio di diventarlo. Sembra che la narrazione si sviluppi su un doppio tempo, quello del corpo e quello del mondo interno, che non coincidono. Sebbene Lara ci appaia già come una ragazza, lunghi capelli biondi, corpo snello e curato, volto ornato e truccato, è tuttavia forte il suo vissuto di impazienza. Dinanzi al proprio riflesso, scruta e attende quotidianamente seni e fianchi che tardano a prendere forma, così velocemente come lei vorrebbe.

 

L’autore ci mostra cosa voglia dire concretamente vivere l’urgenza della trasformazione di un corpo vissuto alieno da sé, come quando Lara copre con il nastro adesivo i sui genitali prima di danzare e vestire gli indumenti della ballerina. In qualche modo il gesto del coprire e nascondere potrebbe essere assimilato all’equivalente psichico della negazione del corpo reale, di quel «più» non riducibile.

 

La stessa urgenza viene tenacemente mantenuta viva nei quotidiani allenamenti, tesi a piegare quel corpo che sembra tardare anche alla carriera della danza. Rispecchiarsi nelle compagne, giunte prima alla danza (e donne da prima di lei), la confrontano con la consapevolezza di una mancanza, di qualcosa che richiede tempo per poter essere acquisita.

 

Il dolore di un corpo lento nel cambiare, di un corpo nascosto, perché non coincidente a quello ideale, è percepibile dallo spettatore attraverso la sofferenza che provoca la visione di piedi lividi e insanguinati, che faticano a mantenere l’equilibrio sulle sole punte. I piedi non pronti e lacerati sono forse metafora del dolore psichico, così come dell’impossibilità di accelerare un processo che ancora una volta vuole tempo.

 

Il tempo dell’attesa è quello che gli adulti le chiedono. Il padre, lo psicologo, i medici e gli insegnanti la esortano a pazientare, a rimanere ancorata a un presente che potrà vivere solo nel momento attuale, nonostante questo significhi mantenersi in contatto con la verità di un corpo che non risponde alle proprie attese.

 

Lara è un’adolescente, alle prese con il gruppo dei pari e con le prime sperimentazioni sessuali, esperienze che rischiano di essere vissute come traumatiche, di escludere l’accesso a una reciprocità relazionale.

 

All’interno di questo dilemma pare che l’unica soluzione sia sospendere la propria adolescenza, posticiparla al momento del corpo desiderato.

 

Nello scenario familiare, colpisce l’assenza di una madre e di un femminile accogliente e contenitivo, talvolta vagamente intravisto solo nell’insegnante di danza, fonte di incoraggiamento per la ragazza. In timidi tentativi identificativi pare che sia Lara a voler assolvere una funzione materna con il fratello minore. Il padre, modello maschile solido e affettivo, svolge un ruolo centrale poiché nonostante dubbi e timori, riesce a sostenere il processo trasformativo della figlia, facendo prova di un paziente e incondizionato amore.

 

Il film riesce magistralmente ad accompagnare lo spettatore in una crescente e claustrofobica esperienza, in cui l’attesa si fa intollerabile al punto che sotto la pressione del «tutto e ora», l’agito sul corpo, al limite della mutilazione, rappresenta l’unico modo per sopravvivere psichicamente.

Il dolore pare dissiparsi nella scena dell’ospedale, nella quale la giovane ritrova il padre e il suo essere sopravvissuta. Nel finale, Lara cammina a testa alta, viva in un mondo in cui le transizioni, per quanto lunghe e dolorose, sono l’unica via per accedere a spazi di autenticità e soggettivazione.

 

Infine, grande merito va riconosciuto al giovanissimo interprete, Victor Polster, 16 anni, ballerino di formazione, che veste senza nessuna riserva i panni di una possibile compagna di percorso, mostrando stupefacenti doti di maturitĂ  e sensibilitĂ  nel dar vita al radicalismo di Lara.

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