Giovane e Bella – François Ozon (2013)

Recensione presente su AeP Adolescenza e Psicoanalisi Anno 2020 n.2 "Perversioni Adolescenti"

a cura di Maddalena Camoirano.

Estate, autunno, inverno, primavera: la pellicola di François Ozon attraversa, con l’aiuto dell’alternarsi delle quattro stagioni, la vicenda di una ragazza di 17 anni, Isabelle, alle prese con le sue prime esperienze sessuali. È estate quando vive, o meglio assiste quasi come un’estranea, al suo primo rapporto con un coetaneo. È autunno quando accetta di prostituirsi con un uomo maturo, è ancora autunno e subito inverno quando Isabelle sceglie talvolta di diventare Léa, un’universitaria di 22 anni, utilizzando questa seconda e segreta identità per programmare sempre più frequenti incontri sessuali a pagamento con clienti esclusivamente adulti.

 

A proposito del suo lavoro il regista rivela, nel corso di un’intervista, il desiderio e la volontà di parlare dell’adolescenza abbandonando una visione nostalgica e proponendone, al contrario, una decisamente meno idealizzata. Non è certo una rappresentazione edulcorata, bensì un racconto dolente, toccante. Lo sguardo che attraversa l’intera pellicola è sfuggente e al contempo fonte di turbamento: è lo sguardo di Isabelle, a tratti vuoto, a tratti serio e malinconico.

 

Ozon sceglie di non presentare personaggi positivi o negativi, non propone mai un’unica e univoca spiegazione di ciò che accade, ci offre semplicemente una serie di spunti o indizi nel corso del racconto. Omette le ragioni che portano Isabelle a prostituirsi, non ci spiega il perché, vuole solo proporre degli appigli tramite alcuni e brevi accenni alla storia familiare: un padre biologico assente e una madre forse distratta che inizialmente rimane sullo sfondo della narrazione, accompagnata da un secondo marito con il quale Isabelle non sembra aver costruito alcun rapporto significativo.

 

Quella che il regista propone allo spettatore è un’attenzione curiosa, aperta a qualsiasi possibile lettura, come se volesse limitarsi a osservare e registrare, lasciarsi cogliere dal dubbio, talvolta dallo sgomento.

Un atteggiamento in parte simile a quello del fratello più piccolo di Isabelle, che spia dalla serratura anche le vicende più intime della sorella.

 

Giovane e bella è un film da cui nascono numerose domande, ma che non esplicita alcuna risposta. Il delicato intento del regista è forse quello di avvicinare un tema tanto complesso come quello della prostituzione minorile e cercare di presentare le numerose difficoltà della ricerca identitaria dell’adolescente. Sullo sfondo si intravede l’inconsistenza e la povertà dei legami familiari, la necessità della giovane protagonista di costruire una relazione con un oggetto che non viene riconosciuto come tale, utile forse a mantenere l’illusione di poter fare a meno di qualunque oggetto.

 

Sembra che tra Isabelle e i suoi diversi interlocutori scorra una comunicazione «vuota» che non lascia spazio al desiderio, al piacere dell’incontro con l’altro. Con inquietante indifferenza accumula esperienze sessuali vendendo il proprio corpo, raccoglie denaro che non spende.

 

Colpiscono i suoi silenzi, la volontà di vestire i panni di Léa e dopo poco tornare in quelli di Isabelle senza dire nulla di ciò che le accade, senza lasciar emergere alcuna coloritura emotiva.

 

Assistiamo al giro di clienti, assistiamo alla fatica di tenere famiglia, amici e compagni di scuola all’oscuro di tutto. Per la quasi totalità del film Isabelle non racconta nulla di sé, bensì «viene raccontata» dagli occhi del fratello, dal desiderio del cliente più anziano e a lei affezionato, dallo sguardo allibito e imbarazzato della madre quando scopre la verità.

A scandire le diverse fasi del racconto e a dare corpo al carattere malinconico dell’intera pellicola, le canzoni di Françoise Hardy. Una per ogni stagione, una per ogni stazione del viaggio che lo spettatore compie insieme alla giovane protagonista. Un viaggio che attraversa parte dell’adolescenza e inevitabilmente affronta temi quali la ricerca di un’identità sessuale genitale, la relazione con l’altro, adulto e coetaneo, la questione del corpo, non a caso al centro di tutta la vicenda che Ozon sceglie di raccontarci. Quel corpo che in apertura Isabelle guarda da fuori, quasi come fosse sdoppiata, è lo stesso che sul finale si trova riflesso nello specchio, dove la protagonista sembra potersi riconoscere.

 

Le ultime scene, come del resto l’intero racconto, lasciano ancora aperti numerosi interrogativi. Lo speranzoso spettatore può trovarsi a immaginare con e per Isabelle una nuova consapevolezza di sé, un’attenzione e uno sguardo inediti al corpo che abita, come ben esprime la canzone che in chiusura recita:

 

Mi basta uno sguardo

e io sono io.

Io percepisco, io sento e io vedo

Io sono io.

 

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