AeP Adolescenza e Psicoanalisi

da settembre 2008.

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Anno 2017 N.1 - Giustizia

GIUSTIZIA
Tito Baldini, Daniele Biondo, Paola Carbone,
Cinzia Lucantoni, Giovanna Montinari

In un lavoro presentato a marzo del 2016 alla ventinovesima Conferenza dell’European Psychoanalytical Federation (EPF) dedicato al tema «Authority», Ruggero Levy della Società Psicoanalitica di Porto Alegre (Brasile) presenta il punto di vista aggiornato della psicoanalisi sulla violenza in adolescenza. Egli afferma che l’acting out è una via per evacuare angoscia attraverso la violenza e la trasgressione, in conseguenza del fallimento della funzione dell’autorità. Ricorda che tale funzione è il frutto dell’introiezione delle figure parentali, che sono attaccate e poi, a causa della colpa e della persecuzione, internalizzate e debitamente riparate.

Levy, inoltre, rimanda al concetto d’investimento libidico delle figure parentali. Il ripristino del concetto di autorità in adolescenza è realizzato, secondo l’Autore, attraverso: the process of transformation of the primitive superego, with its violent and tyrannical objects, can transform into the inspirational, protective and creative superego described by Meltzer as the results of a healty adolescent process. This superegoic structure with inspirational traits, mitigated by the libido and with less split and more integrated objects, gives origin to the respect and consideration for the authority (Levy 2016, p. 80).
Lo psicoanalista brasiliano si chiede cosa succede se l’adolescente non ha un adulto di riferimento per realizzare l’importante processo di bonifica del proprio Super-io (per trasformarlo in Super-io ispirato), necessario per l’acquisizione del senso del giusto; senza oggetti che promuovano il processo d’integrazione, afferma Levy, spesso si assiste all’esplosione di una violenza cieca, defusa dalla libido, senza un chiaro oggetto da attaccare, che spinge l’adolescente a uccidere in modo casuale (a causa di quello che egli definisce aspetto talebano) o addirittura a distruggere se stesso. Ciò può essere bonficato dal processo analitico grazie alla presenza libidica dell’analista che promuove il lavoro di «binding» (legamento, rilegatura) e la capacità di pensare. È tutto ciò, continua Levy, che dà autorità all’analista.
L’approccio di Levy al problema è certamente corretto e non c’è dubbio che la relazione psicoanalitica può consentire una sostanziale riorganizzazione del mondo interno, ma alla luce della nostra esperienza con gli adolescenti dobbiamo chiederci cosa succede quando l’adolescente non riesce a bonificare il proprio Super-io arcaico e conquistare il rispetto nei confronti dell’autorità. Se è consapevole del conflitto con le figure genitoriali ed è sufficientemente sano, egli può certamente ricorrere a figure di adulti alternative ai genitori, come uno psicoterapeuta, per farsi aiutare a realizzare tale importante processo trasformativo. Ma quando l’adolescente è in uno stato limite, internamente frammentato a causa del pesante danno narcisistico originario, egli non è in grado di immaginare l’Altro come un contenitore affidabile del proprio Sé. Si affida così al branco spinto dal bisogno di trovare un gruppo con il quale condividere la propria vicenda esistenziale fallimentare, insegue l’acting come attacco sistematico inconscio alla propria capacità di pensare, fugge nella fantasia di recupero maturativo (Novelletto 1986) nel tentativo di esorcizzare l’angoscia del break down evolutivo. In questo caso l’Altro, il terzo, si presentifica nell’intervento della Giustizia, che impone all’adolescente il confronto con l’altro, a iniziare dalla sua vittima, con la responsabilità delle proprie azioni e le conseguenze del reato. Il sistema della Giustizia immette l’adolescente in una dinamica della sottomissione o di ubbidienza nei confronti degli adulti (Gutton 2016). Facendo ciò lo obbliga in qualche modo a regredire al fine di realizzare alcuni compiti evolutivi (strutturazione del Super-io e dell’ideale dell’Io) necessari per organizzare un abbozzo di nevrosi infantile propedeutica per l’adultità.
In linea con un’antica tradizione dell’ARPAd, inaugurata dai lavori di Novelletto nel Tribunale per i Minorenni (1961), i diversi contributi di questo numero descrivono ciò che come psicoanalisti possiamo fare per aiutare quei ragazzi che non sono in grado di affrontare una psicoterapia tradizionale, ma che proprio grazie all’intervento della Giustizia riescono ad avviare il processo di trasformazione del Sé, attivato dalla collaborazione fra gli operatori della Giustizia e gli psicoanalisti dell’adolescenza.
Collaborazione che non solo ha originato esperienze originali e inedite, ma che ha anche dato una spinta importante alla trasformazione degli orientamenti tecnici della psicoanalisi dell’adolescenza. Le esperienze che presentiamo sono state realizzate nel nostro Paese all’interno del circuito della Giustizia minorile al fine di presentificare l’Altro nella mente di adolescenti molto sofferenti e rabbiosi. Nel raccogliere i diversi contributi abbiamo documentato l’importante modificazione del parametro epistemologico con cui tali interventi sono stati condotti. Modificazione intesa sia nei termini del metodo d’intervento che vede, per esempio, nella Giustizia riparativa uno dei principali
strumenti di lavoro, sia nei termini dei paradigmi scientifici della psicoanalisi dell’adolescenza, che sono evoluti dalla prospettiva diagnostica e psicoterapeutica duale a quella gruppale e dell’intervento interistituzionale.
Tale evoluzione del modello psicoanalitico dell’intervento rappresenta a nostro avviso un importante ponte fra l’ambito giuridico classico e la psicoanalisi dell’adolescenza. Ponte costruito grazie alla possibilità di realizzare un «trattamento» all’interno dell’istituzione: trattamento inteso non in termini classici di psicoterapia, ma come un percorso condiviso dai diversi professionisti (educatori, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, psicoanalisti) coinvolti all’interno del circuito penale minorile finalizzato all’acquisizione della consapevolezza del senso del proprio reato e alla conseguente maturazione dell’adolescente violento.
Ciò rappresenta un importante superamento del processo di delega dell’intervento di recupero dell’adolescente inserito nel circuito penale, promuovendo la collaborazione interprofessionale e il lavoro interistituzionale.
La centralità della gruppalità come parametro epistemologico condiviso fra i diversi professionisti, non solo in termini operativi, ma soprattutto in termini di teoria della mente, permette di esplorare la dimensione pubblica del funzionamento psichico e la pluridimensionalità dell’origine della condotta violenta.
In questo volume presentiamo un’accurata documentazione sulle esperienze italiane nel campo della giustizia minorile che, da Palermo a Torino, da Roma a Bologna, condividono parametri d’intervento quali: gruppalità, interistituzionalità, orientamento psicodinamico per fronteggiare la condizione al limite della mente dell’adolescente deviante, dimensione intergenerazionale del reato, intervento multiplo sia in termini di dispositivi attivati sia di professionalità coinvolte. Di dette esperienze colpisce la grande capacità degli operatori di mettersi in gioco all’interno delle esperienze gruppali e la profonda umanità e partecipazione che permette loro di testimoniare, a ragazzi profondamente feriti e delusi da gli adulti, il sincero interesse nei loro confronti. Un interesse finalizzato alla loro responsabilizzazione nei confronti del reato e dei danni perpetuati contro le loro vittime. Un interesse, dunque, fortemente coerente con il mandato istituzionale degli operatori della Giustizia minorile. La psicoanalisi dell’adolescenza si è messa al servizio di tale mandato, senza sostituirlo con le proprie finalità cliniche, permettendo agli operatori di dare senso al loro lavoro e di significarlo più profondamente.
Ciò rappresenta la principale novità dell’articolata esperienza collaborativa a cui state per accedere. Al fine di rendere attuale la rivoluzione psicoanalitica, afferma sempre Levy (2016), occorre lottare per rinnovare l’interesse nella capacità di pensare e di significare, indicando nella ricerca del calore dei rapporti umani guidati dalla passione (Meltzer 1986) il cambiamento più significativo della psicoanalisi. A tale scopo la psicoanalisi deve combattere il rifiuto del simbolico, caratteristico della società postmoderna, per affermare la scoperta dell’universo simbolico, assumendosi cioè la responsabilità di essere il reliquario del simbolico (the reliquary of the simbolic) (Levy 2016). Pensiamo che l’intervento degli psicoanalisti dell’adolescenza all’interno del circuito penale minorile risponda a detta necessità di approfondire la dimensione simbolica dell’intervento promosso dalla giustizia riparativa e di cooperare per sostenere la motivazione e l’efficacia dell’intervento dei diversi operatori di questo delicato comparto delle istituzioni pubbliche.
A tale essenziale funzione simbolizzante ricordata da Levy crediamo sia necessario affiancare una seconda funzione inerente la dinamica del potere democratizzante del confronto con l’Altro, che costringe l’adolescente
a localizzarsi (Gutton 2016a) tra giustizia e ingiustizia al fine di: Essere riconosciuto come degno di rispetto, di ascolto, di «autorizzazione» critica. […] Affermare la propria volontà di potere sotto lo sguardo di tutti, la propria volontà di essere a seconda del proprio genere e della propria filosofia di vita (ivi, p 129).
Ci riferiamo al processo di bonificazione del funzionamento primitivo tipo branco che può essere realizzato grazie al potente dispositivo del gruppo che costringe la mente adolescente a patteggiare il proprio Sé con l’Altro al fine di farlo accedere alla dimensione del Noi. Una dimensione, quest’ultima, pure presente nella mente dell’adolescente violento, ma caratterizzata in termini paranoici, scissi o depersonalizzati. Il gruppo permette a questi ragazzi di dare spazio alla dimensione libidica del piacere di stare con l’altro, al fine di conquistare un modo nuovo di appartenenza al mondo e di affermazione di se stessi. Un modo giusto, perché patteggiato con la generazione precedente, che richiede di abbandonare tanto l’idea di eludere tale confronto quanto quella di una sottomissione acritica. Ci riferiamo a una dimensione essenziale dell’adolescenza inerente il processo di intersoggettivazione. Un processo che, come afferma Gutton (2016a) nella sua riflessione sugli adolescenti che scelgono di abbracciare l’ideologia violenta della Jihad, va oltre la sottomissione alla morale civilizzata di Freud, che comporta il rischio del conformismo. Ci riferiamo all’eterno conflitto adolescenziale fra essere se stessi, con l’angoscia di perdere ogni potere di contrattualità e ogni legame sociale e sottomettersi all’altro potente con il quale condividere la dimensione del potere, con l’angoscia di perdere se stessi. Un conflitto non facile da risolvere, che necessita del terzo, che per i ragazzi violenti si configura nella Giustizia, che li «arresti», cioè utilizzi la propria autorità per aiutarli a sostare all’interno di tale conflitto al fine di poterlo vivere e attraversare.
Una sosta che istituisce un tempo (quello della pena o del tempo sospeso delle indagini o della messa alla prova) e un luogo (l’area terza dei servizi della giustizia: servizio sociale, comunità, carcere). Tempo e luogo di solito assenti nella mente dell’adolescente violento (che conosce solo i tempi e i luoghi dell’illegalità, che attaccano profondamente il processo adolescens), che permettono di scoprire creativamente la propria identità utilizzando l’altro. Ovviamente per far ciò il sistema Giustizia deve rinunciare alla tentazione autoritaria e punitiva sempre presente fra i propri ranghi, per farsi, proprio come impone la legge, promotore della crescita e della trasformazione degli adolescenti che prende in carico. Per riuscire in tale ambizioso obiettivo occorrono operatori specificatamente
formati a rinunciare, come afferma Gutton (2016b), a ogni eccesso di potere degli adulti – un potere che rischia di aggravare la crisi identitaria dell’adolescente violento – per riuscire ad essere traghettatori di senso della vita intima-straniera (ivi, p. 85).
Anno 2016 N.2 - Esperienze terapeutiche

ESPERIENZE TERAPEUTICHE
Tito Baldini, Daniele Biondo, Paola Carbone, Cinzia Lucantoni, Giovanna Montinari

 

La monografia che vi accingete a leggere apre con un Editoriale diverso, perché, recentemente, il Direttore di AeP, Prof. Gianluigi Monniello, è venuto a mancare.
Egli ha guidato la Rivista dall’autunno 2006 all’autunno 2016, dieci anni difficili e importanti per la diffusione del pensiero psicoanalitico sull’adolescenza, anche nel senso della presa di coscienza di una sua raggiunta maturità teorico-metodologica declinata sul piano della clinica.
Considerazione da raggiungere, nell’intento del Direttore, sia internamente al movimento psicoanalitico sia nell’ambito dei servizi territoriali, del pubblico e del privato sociale, delle istituzioni scolastiche e amministrative locali, della giustizia minorile.


L’obiettivo di Monniello in Rivista, in piena continuità con il solco tracciato dal suo predecessore, è stato duplice: rinforzare l’assetto altamente psicoanalitico della psicoterapia dell’adolescenza e portare, gradualmente, tale forma di aiuto, anche oltre la stanza del divano e della poltrona. Monniello si dedicò a tali obiettivi con rigore, dedizione, precisione, motivando i collaboratori, pretendendo molto da se stesso, come nel suo stile. Avendo assicurato al Periodico una struttura fortemente ancorata alla psicoanalisi, nello specifico dell’adolescenza, Monniello ha potuto avvicinare la Rivista a realtà attive a bassa soglia e dedite al fare, accogliendo in essa il pensiero di chi con gli adolescenti lavora nei servizi territoriali con dedizione. Questo senza mai toglier nulla sia all’ancoraggio alla psicoanalisi che alla condivisione del cammino con l’istituzione psicoanalitica, la quale amava Monniello e ne affermava il valore. Del resto, l’avere realizzato e condotto per decadi un Servizio universitario di Ospedale di Giorno per adolescenti, fortemente orientato alla psicoanalisi, e alla migliore tradizione in tal senso, quella francese, poneva Monniello da sempre tra le due culture, del pensare, analiticamente, e del fare, con l’analisi dentro.

Monniello ereditò la Direzione dal Prof. Arnaldo Novelletto, il quale fondò e condusse il Periodico dal 2001 al 2005 contribuendo a livello internazionale, grazie alla sua riconosciuta autorità, a legittimare l’ambito della psicoanalisi dell’adolescenza. Entrambe le direzioni sono state unite dall’intento di coniugare la rigorosa ricerca teorico-clinica psicoanalitica alla sua utilizzazione in molteplici tipologie di setting. Circa la loro dedizione al binomio appena riferito, fa riflettere che ambedue, nel lavoro per AeP, sono stati fermati, solo, dalla morte. Noi che siamo chiamati
a percorrere il solco tracciato e ampiamente coltivato da Novelletto e Monniello sentiamo forte l’impegno di proseguire tale fruttuosa linea di ricerca, di approfondirla e valorizzare le grandi opportunità che essa ancora può offrire. Ne sono una prestigiosa testimonianza i titoli delle monografie e gli Autori coinvolti. Circa le prime: Setting, Femminilità, Giovane adulto, Romanzo adolescente, Adolescenze inquiete, Il corpo, Genitori, L’adolescente, Gruppalità, Migranti, Gravidanze, Alleanza, Scuola, Eroi, Sogno, Ado.com, Formazione, Limiti, Sessualità, Istituzioni. Relativamente ai secondi: Pellizzari, Schaeffer, Corcos, Richard, Jeammet, Ravera, Bollas, Le Breton, Nicolò, Cahn, Balsamo, M.R. Moro, Marcelli, Fraire, Meissner, Siety, Gutton, De Mijolla Mellor, Bonnet, Aubrey, Agostini, Fessaguet, Barzin, Birraux, scusandoci coi molti altri che, solo per motivi di spazio, non annoveriamo.
Chi scrive ha accompagnato la prima e la seconda Direzione, vuoi affiancando, circa quindici anni fa, l’avvio e l’intera costruzione fino a oggi, vuoi entrando poco dopo nel «dispositivo».
Ora tocca a noi, abbiamo ereditato tanto e contribuito a promuovere, ci sentiamo tutta la responsabilità di portare avanti al meglio di noi stessi, continuando a edificare sulle solide basi allo stesso tempo ricevute
e promosse.
Ecco quindi l’attuale Monografia Esperienze terapeutiche che, come accennato, apre, come già in passato, a quanta psicoanalisi di adolescenza possa realizzarsi se hai i piedi fondati nella nostra disciplina e il corpo slanciato a prendere «al volo» ragazzi che non ce la fanno: i rapporti tra analisi e farmaco nei casi «difficili»; il coraggio di non disdegnare interventi creativi, così come il ricorso, anche oltre l’infanzia, al disegno e al gioco; il ruolo del fantasma, che risuona nella classicità, sia della psicoanalisi che dell’arte; l’opera, riuscita, di legare psicoanalisi di adolescenza
e attualità sullo specifico della Jihad e della letteratura d’Autore; l’ambito della visione estetica declinata alla teoria e alla clinica psicoanalitica fase specifica; l’importanza del controtransfert e del counselling nell’approccio, clinico ma anche educativo, con l’adolescente. E sempre attuali risultano le riflessioni degli Autori di volumi sulla somatizzazione in adolescenza, e sul lavoro in gruppo, con particolare attenzione ai gruppi di allievi, mentre la presentazione di un volume sulla importanza della cura rigorosa di Riviste nella storia delle idee, opera condotta da «ragazze e ragazzi», conferma degli intenti di AeP, nel presente e nel futuro.

A proposito dell’ultimo passaggio, stiamo lavorando attivamente sulla prossima monografia, 1-2017, che titolerà Giustizia, e sulla successiva, Creatività. Riceviamo con piacere in Redazione consigli e critiche, sempre costruttive, mantenendo, anche così, uno scambio proficuo tra Redazione e Lettori.

Anno 2016 N.1 - Istituzioni

ISTITUZIONI

Gianluigi Monniello 

 

Il lavoro clinico con l’adolescente interroga e arricchisce la questione della vita istituzionale. L’ambiente esterno è decisivo per liberare dagli impedimenti, originari e pubertari, i processi di appropriazione soggettiva, cruciali in quest’epoca dell’esistenza. Inoltre, l’offerta istituzionale rivolta all’adolescente non può prescindere dalla sua nuova condizione di scoprirsi «sotto lo sguardo dell’altro». Al centro c’è la riflessione sulla fisiologica funzione di referente narcisistico/identitario del gruppo dei pari. L’adolescente si scopre come facente parte di una comunità della quale condivide alcuni parametri sociali. L’adolescente si appropria di se stesso nel gruppo e a partire dal gruppo. Scopre di non essere solo in casa propria, ma anche di essere immerso nell’intersoggettività e di viversi come «singolare plurale».

 

D’altra parte quanto si è costruito progressivamente a livello familiare si sposta e si trasferisce sui coetanei, sugli amici. Il rapporto con il gruppo diventa la cartina di tornasole, una sorta di traduzione delle qualità delle vicissitudini relazionali familiari, dalle più precoci a quelle infantili fino a quelle attuali e reali. L’essere accolti, ascoltati, valorizzati dal gruppo dei pari assume una grande rilevanza psichica per il consolidamento dell’immagine di sé e per l’appropriazione soggettiva e per la modificazione di sé. Per affrontare il disagio psichico è oltremodo necessario, di fronte alla complessità del funzionamento psichico di adolescenti che presentano una sofferenza narcisistico/identitaria, costruire e disporre di luoghi istituzionali. Il lavoro nella sola stanza d’analisi non può, da solo, garantire gli apporti necessari di holding (Winnicott) e di contenitore/contenuto (Bion). Per di più il lavoro istituzionale ha il vantaggio di favorire l’articolazione tra trattamento, formazione personale permanente e ricerca.

In questi adolescenti incontriamo un’insufficiente interiorizzazione dell’holding della continuità del suo essere nei confronti del tempo e del flusso emotivo (il processo onirico) operato dalla madre e la non elaborazione dei pensieri derivati dall’esperienza emotiva vissuta. I concetti di holding e di contenimento sono bagagli essenziali della teoria psicoanalitica e fondano il buon funzionamento istituzionale. Inoltre la qualità del transfert dell’adolescente, sostanzialmente si tratta di transfert narcisistici, riattualizza le disfunzioni delle primissime fasi dello sviluppo, il riemergere di vissuti di indifferenziazione dall’oggetto, segnala la metamorfosi pubertaria in atto e il peso dell’impasse identificatoria, rendendo la relazione analitica più affine a quella con la psicosi che a quella con la nevrosi.

Pertanto l’intervento non può che essere ritagliato e personalizzato sul singolo caso, sulla sua originalità. Spesso è integrato e attento ai processi di sviluppo, al passaggio tra fantasia e realtà, al livello di autosservazione e autoriflessività. Senza dubbio la vita istituzionale confronta con dinamiche complesse, richiede l’esercizio dell’autorevolezza, genera conflittualità tra gli operatori, fa vivere un’intensa e prolungata esposizione a traumi e sofferenza. Il rischio di sovraccarico emotivo e di vissuti di estraniamento va riconosciuto e elaborato. Spesso il valore del proprio impegno non è adeguatamente riconosciuto a livello culturale, sociale ed economico. Un certo vantaggio risiede allora nel riuscire a mantenere un minimalismo istituzionale, che preservi da eccessive costruzioni ideologiche, grandiosità, ricerca di visibilità, individuazione di linee guida di intervento da esportare.

D’altra parte, però, va tenuto in debito conto che propendere per un’apparente aconflittualità può comportare il rischio che alcuni operatori, più predisposti e interessati a lavorare individualmente, vivano la cornice istituzionale come un semplice prolungamento del setting analitico e tendano a occuparsi dei loro pazienti e a considerarli sotto la loro personale responsabilità, svalorizzando il luogo istituzionale e sentendolo come un semplice dato di realtà esterno, eterogeneo e non essenziale. Piuttosto la considerazione del funzionamento gruppale è essenziale così come la possibile elaborazione dei controtransfert dei diversi operatori nella discussione in équipe.

Alcune forme di lavoro istituzionale descritte in questo numero di AeP Adolescenza e Psicoanalisi descrivono il fondamentale apporto alla prevenzione di quadri clinici più invalidanti per la singola persona e gravosi per la spesa sanitaria, limitando anche la soluzione estrema del ricovero ospedaliero.

Il panorama istituzionale fornisce però l’impressione prevalente secondo la quale le strutture sanitarie pubbliche rivolgano prevalentemente il loro interesse operativo e la maggior parte delle loro risorse umane ed economiche alla dimensione dell’urgenza, ritenuta la priorità a discapito della pensabilità clinica e terapeutica di fronte al disagio psichico. Ma in psicopatologia dell’adolescenza il prevalere di risposte nell’urgenza può accrescere il rischio di medicalizzazione, il possibile consolidarsi dello stigma della malattia mentale e può finire per ostacolare la necessaria restaurazione delle basi narcisistiche nell’adolescente in difficoltà. Il bagaglio concettuale attuale, in realtà, anche grazie alla grande mole di contributi neuroscientifici desunti dalle tecniche di neuroimaging, evidenzia la specificità dello sviluppo cerebrale, dell’embriologia e dell’epigenetica in adolescenza, tutti aspetti che invitano a lavorare sulle trasformazioni possibili e sull’apporto di ambienti terapeutici incentrati sulle potenzialità creative e trasformative della vita psichica.

A tal fine l’apporto del pensiero e della formazione psicoanalitica sono alla base di progetti di intervento istituzionali.

In questo numero di AeP Adolescenza e Psicoanalisi sono esposte alcune iniziative nel pubblico e nel privato sociale che descrivono soluzioni di lavoro istituzionale frutto di decenni di esperienza ma anche esempi di fondazione creativa di nuovi luoghi istituzionali. È in primo piano la continua articolazione di alcune componenti, quali la tradizione, la creatività, la gruppalità, l’impegno alla formazione di nuovi operatori essenziali per un vitale funzionamento istituzionale. La vita istituzionale è necessaria per il trattamento di molti adolescenti che sono portati a distribuire il transfert su più persone così da non restare soffocati nell’orbita familiare o nell’indifferenziazione dalla figura materna.

L’istituzione si delinea come luogo di umanizzazione, di partecipazione allo scambio con gli altri, di gruppalità e di socialità. L’istituzione può configurarsi come un apparato per pensare e i pensieri creano la mente (Bion). Inoltre non va trascurata l’importanza di un continuo lavoro di manutenzione dell’istituzione attraverso lo scambio del gruppo dei curanti e la sistematica rimessa al centro del proprio operare terapeuticamente la vita psichica dell’adolescente e la sua possibilità di soggettivarsi.

Anno 2015 N.2 - Sessualità

SESSUALITÀ
Gianluigi Monniello

La sessualità esercita ancora la stessa spinta vitale e trasformativa, lo stesso fascino e la stessa curiosità di un tempo sull’adolescente contemporaneo?
C’è infatti da chiedersi quanto la sessualità infantile, da non confondere con la sessualità del bambino, resti a garanzia della ricchezza della vita fantasmatica e mantenga la forza propulsiva inconscia sempre estranea, inquietante, fonte di passione e garante di un certo grado di anticonformismo. È innegabile che nella nostra epoca la diffusa esibita esposizione alle svariate manifestazioni della sessualità, il facile accesso a immagini esplicite di sesso, per fini commerciali, di mercato, così come l’intimità dei corpi venduta come merce, il facile accesso e la divulgazione, attraverso i social network, di immagini a carattere sessuale brutali e violente, mettono a dura prova la vita immaginativa relativa alle fantasie sessuali di ciascuno, quali fonti della realtà psichica.

 


In quanto psicoanalisti di adolescenti siamo chiamati a riflettere su quanto la sessualità può ancora rappresentare la principale chiave di volta per accostarsi al disagio psichico adolescente, e un possibile affidabile indicatore della psicopatologia in divenire. La psicoanalisi dell’adolescente in considerazione della metamorfosi puberale esplora la qualità del lavoro di rappresentazione della genitalità e della potenzialità orgasmica e il grado di acquisizione del valore della complementarità dei sessi. Inoltre ridà voce al valore inconscio del sessuale, quale origine dell’intrapsichico, del relazionale, dell’intersoggettivo.
Infatti la seduzione sessuale, che ha caratterizzato gli studi sull’isteria, alla luce dei contributi di Laplanche (1987) va considerata all’opera fin dall’inizio della vita. Il concetto è quello delle seduzione generalizzata che assegna il ruolo di prima seduttrice alla madre. Quest’ultima, portatrice inconsapevole del suo linguaggio sessuale, della sua passione, traccerebbe le basi dell’inconscio sessuato del neonato. La qualità di questa infiltrazione sessuale traccerebbe i contorni della sessualità del nascituro. Le cure materne costituirebbero dunque le prime esperienze di seduzione e pertanto la pulsionalità materna si caratterizzerebbe come traccia originaria e indelebile. Dunque, non si tratterebbe più solamente della sessualità infantile, edipica, ma di riconoscere che anche la madre/ambiente descritta da Winnicott non può che essere informatrice di sessualità. Costituirebbe in ultima analisi l’essenza di «quel primo amore che non si scorda mai!». La sessualità si aggiunge al linguaggio della tenerezza o piuttosto
della sensualità/sessualità che precede e fa intuire la sessualità che verrà nelle sue forme genitali. Centrale risulta la distinzione tra sessuale infantile e genitalità, intesa come il primato della zona genitale.
Del resto l’elaborazione dell’infantile sessuale è cruciale nel trattamento dell’adolescente. Il rischio che può delinearsi è allora quello di non considerare a sufficienza quanto la sovraesposizione, l’estensione manifesta e agita della sessualità nella contemporaneità possa alimentare e prolungare l’infantile sessuale, ritardando la genitalitàvera e propria e la sua rappresentazione.
D’altronde come non riconoscere il significato sessuale di tante espressioni dell’adolescente, che vanno alla ricerca di una loro denominazione, nel corso della cura e attraverso il transfert, e riservare loro la dovuta attenzione così da rimettere in moto la sessualità infantile edipica non vissuta a sufficienza e colmare ed elaborare le falle preedipiche? La pulsionalità ha necessità di fluire, grazie alla presenza dello psicoanalista, verso la processualità del pubertario e l’appropriazione del corpo sessuato da parte dell’adolescente. Scrive Freud (1905): «Tutti i disturbi morbosi della vita sessuale sono da considerare a buon diritto come inibizioni dello sviluppo» (p. 505). Potremmo, oggi, anche capovolgere questa affermazione segnalando come «tutte le inibizioni dello sviluppo siano da considerare come
disturbi morbosi della vita sessuale», nel senso che la vita sessuale, per poter giungere al primato della zona genitale, richiede una progressiva appropriazione soggettiva dei vissuti corporei (dal funzionamento sensomotorio,
alla percezione, alla rappresentazione) e dei processi autoosservativi e autoriflessivi. Attualmente possiamo sostenere come la vita sessuale (o sensuale) sia presente dall’inizio dell’esistenza del nascituro e che quindi la madre/ambiente, l’ambiente esterno svolgano un’azione di influenzamento costante sul suo costituirsi.
Pertanto il proprio sé, o sentimento di continuità d’essere di ciascuno, si sviluppa. Il sé è fin da subito sessuato. Non c’è un sé neutro che diventerà secondariamente sessuato. Dato che l’unità primitiva è la diade madre/bambino o genitore/bambino, il bambino ha un sé sessuato: nella testa dei suoi genitori e di tutti coloro che lo circondano, il suo sesso è presente; non è solo un lattante, ma è un maschio o una femmina. Inoltre per designare ciò che segna la divisione della specie umana in due sessi abbiamo bisogno di due aggettivi: sessuato, per designare ciò che fa riferimento alla divisione della specie umana in due sessi, e sessuale, per designare ciò che fa riferimento al congiungersi dei sessi, la sessualità, le relazioni sessuali. Possiamo pertando parlare di un’identità sessuata in riferimento alla biologia, alla psicologia e alla sociologia. C’è poi un orientamento sessuale che è definito dalla scelta eterosessuale, omofilica o bisessuale del partner.
La condizione umana è difficile. La scoperta che esistono due sessi è traumatica. È necessario un lungo processo nel corso della vita per comprendere che uomini e donne vivono la stessa condizione umana, anche se la vivono a partire da un differente vissuto del proprio corpo; tutto ciò a condizione che la società non aggiunga un’ineguaglianza che non ha alcun fondamento in natura. Ogni bambino si appoggia sul gruppo dei pari per confrontarsi nella propria identità. È con i propri genitori, in interazione con loro che si è formata la sua identità sessuata, il suo sentimento di appartenere a uno dei due sessi. A questo proposito per molti sarebbe utile parlare di identità di genere e riconoscere la peculiarità della disforia di genere.
Per quanto riguarda la complessità delle forme attuali nelle quali si dispiega la sessualità, fino a giungere alla disforia di genere, è necessario riflettere e confrontarsi con le molte possibili trasformazioni alle quali il corpo biologico può essere sottoposto e alla sessualità, alla vita amorosa e genitoriale tra due persone dello stesso sesso. A tale proposito penso possa essere evocativa, soprattutto alla luce di determinati vissuti di controtransfert ai quali si è talvolta esposti quando è presente la sofferenza psichica, una specifica esperienza soggettiva, peculiare di una forma specifica di disturbo del sonno. Mi riferisco alla paralisi del sonno in cui, nel momento prima di addormentarsi o, più spesso al risveglio, ci si trova impossibilitati a muoversi. La sua durata è di pochi secondi e il vissuto prevalente è caratterizzato da una discordanza tra mente e corpo, tra funzionamento mentale, che resta attivo e cosciente, e funzionamento corporeo, che permane in uno stato di riposo, tanto da non poter essere messo in movimento. Questa condizione induce sgomento e angoscia nella persona che la sperimenta, ma è destinata comunque a risolversi in pochissimi secondi. Così, anche certi vissuti relativi a un delicato impatto con determinate dimensioni sessuali pubertarie possono produrre sorpresa e disorientamento, ma poi possono ritrovare un decorso naturale ed essere oggetto di riappropriazione soggettiva da parte dell’adolescente o del giovane adulto. La tenuta, improntata alla «genitalità», dell’ambiente terapeutico proposto dalla persona dello psicoanalista è ovviamente essenziale.
I lavori presenti in questo numero di AeP trattano alcuni temi che la sessualità risveglia e sollecita in adolescenza. Molte altre questioni avrebbero potuto essere esplorate riguardo a questa fonte inesauribile di vita. AeP se ne occuperà nuovamente. Il lettore troverà comunque la messa a fuoco di alcuni aspetti cruciali della sessualità. L’articolo del Maestro ripercorre i passaggi cruciali dello sviluppo psicosessuale e le principali articolazioni tra sessualità infantile e pubertario. Le altre riflessioni proposte sono l’espressione dell’esperienza clinica degli Autori. La sessualità resta un naturale antidoto a una visione troppo programmata e codificata della vita umana.
In conclusione quanto è condiviso e sottolineato è che la sessualità, nella vita quotidiana dell’adolescente, anche quando è consumata rapidamente, per il suo profondo e stretto legame con l’originario non può comunque essere ridotta a oggetto di consumo, ma mantiene ed è portatrice di inesauribili potenzialità creative.

Anno 2015 N.1 - Limiti

LIMITI

Gianluigi Monniello

 

Il termine limite in psicoanalisi rimanda innanzitutto al «concetto-limite tra lo psichico e il somatico» che definisce la pulsione, cioè la spinta che fa tendere l’organismo verso una meta. In adolescenza l’eccesso pulsionale è all’ordine del giorno e mette alla prova la tenuta dell’apparato psichico. Proprio per questo l’adolescenza è stata descritta attraverso la chiave di lettura della nevrosi attuale. D’altra parte l’apparato psichico, alla luce del pensiero di Green (1976), presenta tre principali limiti: da un lato la barriera somato-psichica, dall’altro quella che separa la vita psichica dalla realtà materiale (il cosiddetto schermo antistimolo). È poi presente un terzo limite, interno allo spazio psichico, che si colloca tra inconscio e conscio e che è costituito dal preconscio, preposto a «filtrare» le pulsioni dell’Es, eccessive per loro stessa natura. Nell’adolescente borderline questi tre limiti sono tutti fortemente messi sotto pressione e per lo più svolgono solo in parte la loro funzione. Pertanto è possibile dire che la patologia «al limite» diventa patologia di queste tre barriere «tra».

 

Così, in estrema sintesi, l’anomala permeabilità della prima barriera sarebbe all’origine dell’irruzione nello psichismo di eccitamenti non legati e provenienti dal soma, che possono provocare vissuti di vera e propria persecuzione (ipocondria). Per quanto riguarda la seconda, quella che delimita lo psichismo dal mondo esterno, tutto avverrebbe come se ci fosse un difetto di contenimento dei processi psichici, questa volta operante all’interno dello spazio psichico. A questo livello si spiegherebbero i passaggi all’atto, come per esempio i tentativi di suicidio, i disturbi alimentari, le addition. Infine l’insufficiente funzionalità del preconscio giustificherebbe le fantasie terrifiche degli adolescenti borderline, infiltrate dai processi primari e indicative dell’insufficienza dei processi di rimozione.

Anche la qualità dell’angoscia possiede una sua specificità in questi pazienti. Da un lato c’è la minaccia di intrusione, dall’altro la non sopportazione dell’assenza e della perdita. Il narcisismo del soggetto è mortificato dal senso di vuoto conseguente all’espulsione fuori dalla psiche dell’oggetto cattivo. L’angoscia si fa intollerabile e acquista in questi soggetti solitamente all’improvviso, una dimensione traumatica. L’onnipotenza del pensiero e i gesti impulsivi diventano allora la via di fuga per sentirsi vivi e per colmare il vuoto attraverso un oggetto reificato che non deluda (per esempio sotto forma di relazione feticistica all’oggetto).

La sofferenza narcisistico-identitaria si manifesta attraverso continue interrogazioni identitarie di fronte a tutti gli ambiti dell’esistenza e con la stessa intensità a prescindere dalla loro rilevanza. Allo stesso tempo si possono riscontrare alterazioni nell’elaborazione dei processi conoscitivi, che producono una cattiva differenziazione tra sé e l’altro. La relazione con l’altro ne risulta stabilmente disturbata. Così l’incontro analitico propone un succedersi scoraggiante di rotture impulsive e rabbiose, quando non prevale il distacco da ogni investimento e da ogni aspetto vitale della relazione.

Sul piano inconscio il paziente non è in grado di operare la distinzione tra realtà e fantasia o tra verbalizzazione e attività fisica (con la conseguenza che l’aggressione verbale dell’analista può essere vissuta come un’aggressione fisica), come magistralmente scrive Searles (1986).

Da una differente prospettiva, più topografica, il concetto di limite rimanda alla condizione di disporre o meno di uno spazio psichico soggettivo da cui muovere verso se stessi e le proprie trasformazioni e verso l’altro, da intendere sia come primum movens originario di sé sia come oggetto del bisogno all’inizio e del desiderio poi. Tale tematica è particolarmente in gioco nell’adolescente. A sua volta, la delimitazione di un proprio luogo psichico interroga radicalmente le basi narcisistiche del soggetto e la loro tenuta di fronte alla metamorfosi del corpo, all’incremento delle capacità cognitive e dei processi di simbolizzazione. Così i limiti somatici, il limitato tempo dell’esistenza, i limiti delle fantasie e delle possibili versioni del romanzo familiare, le limitazioni della realtà e i limiti degli apporti della figura paterna al consolidamento dell’ideale dell’Io e del Super-io, garanti di fronte al richiamo dell’orbita materna, tutto ciò si pone come passaggio irrinunciabile per l’ingresso nella personale soggettività.

Nel trattamento sono i limiti del setting ad essere interrogati e saggiati. Il loro mantenimento, il loro valore e significato profondi sono oggetto di rimessa in discussione e di continua negoziazione. Si apre qui la questione relativa alla possibilità di far riferimento a un particolare tipo di funzionamento psichico che si pone tra nevrosi e psicosi e anche quella della possibilità o meno di utilizzare il metodo psicoanalitico, in assenza di una continuità dell’essere, riscontrabile in questi soggetti. Senza dubbio alcuni aspetti del funzionamento psichico «al limite» non vanno trascurati. Mi riferisco, per esempio, alla coloritura depressiva, o per meglio dire alla povertà dello slancio vitale, alla patologia della dipendenza, alla tendenza alla somatizzazione, alla scissione piuttosto che alla rimozione, all’agire piuttosto che alla capacità di allucinare ciò che è assente, al prevalere dell’infantile, all’attacco al pensiero piuttosto che all’evitare di pensare, all’insight del funzionamento piuttosto che alla rivelazione del senso.

In questo territorio così ampio, dove la sofferenza psichica è per così dire «a portata di mano», ma al contempo sfugge continuamente alla sua messa a fuoco, se non altro per la permeabilità all’invasione e alla destrutturazione prodotte dal «disagio» attuale della contemporaneità, la psicoanalisi ha certamente trovato nuovi stimoli per interrogare il persistere della sua vitalità e della sua ragion d’essere, nonché per mettere alla prova la validità delle sue costruzioni cliniche e teoriche. Così assistiamo a un tentativo da un lato di ricercare dei tratti distintivi per designare l’organizzazione borderline e le possibili linee guida per il trattamento, dall’altro a un impegnativo e complesso lavoro analitico rivolto a interrogare il metodo psicoanalitico stesso e il senso del suo edificio teorico e della sua pratica clinica. Pertanto assistiamo alla continua esplorazione dei grandi concetti, come l’inconscio, la sessualità, il transfert, il lavoro interpretativo, i livelli di simbolizzazione. L’attenzione al narcisismo e alle sue vicissitudini rende ragione della complessità del trattamento della sofferenza del soggetto borderline non più di origine conflittuale, ma legata all’essere, al suo stesso sentirsi esistere. 

Il tema delle origini, dell’influenza e del persistere dell’influenzamento dell’oggetto primario, del sessuale materno (che fa riferimento ai primissimi investimenti oggettuali all’epoca della rimozione primaria) costituiscono un richiamo a interessarsi ai funzionamenti psichici originari e a riconoscere possibili segnali di transfert che vanno alla ricerca di ciò che l’oggetto avrebbe dovuto fornire nel tempo delle origini e non ha fornito o ha fornito in eccesso.

Il lavoro analitico con l’adolescente borderline interroga a fondo, dunque, la teoria psicoanalitica, il processo di soggettivazione del paziente, nonché la persona dell’analista, la sua formazione e il suo convincimento dell’esistenza dell’inconscio. Scrive ancora Searles: «La percezione incrinata che il paziente ha della realtà interna e di quella esterna induce l’analista a imporgli ciò che sarebbe soltanto un’altra pseudorealtà e un’altra pseudoidentità, e in questo tentativo egli, in modo inconsapevole, eviterebbe di sperimentare l’impatto su di sé della “realtà” di transfert.

È di importanza fondamentale che l’analista sia in grado di discernere i nuclei di realtà presenti nelle immagini di transfert del paziente» (1986, p. 26). Questa puntuale notazione è ovviamente più facile da leggere e da comprendere di quanto lo sia la sua applicazione nel vivo della relazione con il paziente. Di fronte ai segni e ai sintomi straordinariamente sottili di non differenziazione dell’Io, alla grande precarietà delle basi narcisistiche dell’adolescente borderline, certamente non possono che essere chiamati in causa il controtransfert, l’autoanalisi, ma anche la comunicazione inconscia, la capacità negativa, la spinta a esistere e un funzionamento preconscio ben temperato da parte dell’analista. In ultima analisi sarà possibile o meno sviluppare, da parte dell’adolescente, un’immagine interiorizzata della persona dell’analista?

 

Anno 2014 N.2 - Formazione

FORMAZIONE

Gianluigi Monniello

La formazione, il formare e il formarsi, indica «la maturazione delle facoltà psichiche e intellettuali dovute allo studio e all’esperienza». Come si può osservare dall’etimo il processo di formazione impegna nel lavoro di elaborazione sia il formatore sia colui che è motivato a formarsi. Accanto a questa definizione, che segnala la dimensione intersoggettiva di tale processo, ci sono altri due significati che possono arricchire la riflessione sul tema. Da un lato c’è l’idea di disporre più persone in un certo modo, tipica del linguaggio militare o sportivo; dall’altro c’è un significato geologico che indica un complesso roccioso distinto dalle sovrastanti o sottostanti per particolari caratteri. Tutto ciò solleva la questione relativa a come mettere in forma senza deformare la persona in formazione, senza indicare punti di vista costruiti a tavolino in base a ben definite posizioni teoriche o un assetto analitico rigido e schematico che non considera a sufficienza le caratteristiche del singolo caso. Inoltre chiama a riconoscere e mitigare aspetti caratteriali che potrebbero limitare l’empatia del giovane terapeuta di fronte ad alcune manifestazioni di sofferenza psichica.

Sommario

Il tema della formazione ha poi generato la necessità di edificare l’istituzione psicoanalitica, indotto a definire i passaggi necessari per appartenere al gruppo degli psicoanalisti, a stabilire i criteri per valutare l’operato dello psicoanalista e la sua capacità di esercitare la professione alla luce del metodo psicoanalitico. Ricordo che negli anni di Freud si diventava psicoanalisti dopo un certo periodo di tempo, peraltro molto breve rispetto alle epoche successive, e un limitato numero di sedute di psicoanalisi con il Maestro. Poi, per captazione, si era invitati a partecipare ai mercoledì sera di casa Freud.

Parlare poi di formazione dello psicoanalista dell’adolescente apre alla storia delle tante difficoltà incontrate, in precedenza era stato controverso parlare di psicoanalista del bambino, per veder riconosciuta dai Colleghi la specificità di diversi aspetti del lavoro analitico di tali pazienti non sovrapponibili a quelli incontrati con l’adulto. In realtà il tema della formazione trova sia attraverso il lavoro con i bambini e in quello con gli adolescenti interlocutori molto arricchenti e stimolanti. Basti pensare al naturale accostamento con la definizione dell’adolescenza, quale periodo di formazione della persona. Come non pensare, infatti, ai romanzi di formazione, dove l’argomento trattato è il passaggio dall’infanzia ai vissuti che fanno seguito alla pubertà? L’individuo diventa persona grazie all’organizzazione della stima verso se stesso, alla benevolenza verso l’altro, all’apporto di una istituzione giusta (Ricoeur 1983), alla considerazione della vita sociale. Così lo psicoanalista si forma attraverso la sua analisi personale che lo porta ad appropriarsi del proprio mondo interno e dei propri funzionamenti, al conseguimento dell’«uso dell’oggetto», alla naturale ricerca dell’altro, all’apprezzamento di quanto l’altro ha saputo realizzare e creare e alla sua viva appartenenza ad una istituzione psicoanalitica che sappia mantenersi in contatto autentico, profondo e dinamico con il metodo, la clinica, la teoria e i fatti del mondo che ci circonda.

La psicoanalisi dell’adolescenza ha portato a riconoscere come l’analisi personale sia chiamata ad esplorare a fondo anche l’adolescen- za del futuro psicoanalista, aspetto da tempo evidenziato e sollecitato (Laufer 1978) a fronte di una quasi totale focalizzazione sull’analisi delle problematiche dell’infanzia, nelle psicoanalisi intraprese a fini formativi fino a pochissimi anni fa e, in molti casi anche oggi. D’altronde tutto ciò non può che essere legato, a sua volta, all’esperienza di analisi personale dello stesso psicoanalista formatore e sono le ultime generazioni ad aver avuto il privilegio di disporre di questa ulteriore sensibilità alla vita psichica di questa epoca della vita. Inoltre la fame d’oggetto del giovane paziente chiama lo psicoanalista a vigilare maggiormente sul suo essere una persona fonte d’identificazione, al servizio dei processi d’idealizzazione e sulla necessità di offrirsi quale referente adeguato e addirittura quale agente soggettivante.

La conoscenza o meglio lo studio continuo del pensiero, della cultura e della ricerca psicoanalitici sono oggi forse più di ieri irrinunciabili, se non altro per la velocità delle trasformazioni e delle mutazioni in corso nel mondo contemporaneo. Tutto ciò rischia di definire uno spartiacque tra chi vive la psicoanalisi in ascolto degli effetti del mondo esterno sui derivati dell’inconscio e dei transfert e chi si limita ad applicarla con fiducioso convincimento. Come non riconoscere, proprio per questo, quanto oggi la psicoanalisi possa rappresentare un’inesauribile fucina di pensieri e di vivi interrogativi? La principale posta in gioco per lo psicoanalista immerso nella contemporaneità mi sembra oggi essere soprattutto quella di avere a disposizione molti apporti (clinici, culturali, gruppali, sociali) per arrivare ad integrare nel suo essere persona e psicoanalista, un’autentica sensibilità alla vita psichica dell’altro, una naturale disposizione alla risonanza affettiva nei confronti dei vissuti del paziente fin dalle sue origini. Sarebbe auspicabile che lo psicoanalista fosse implicitamente in grado di metabolizzare il disagio dell’altro, offrendogli condizioni perché egli, più che cercare l’oggetto, possa cercare e trovare la sua «capacità di trovare» (Winnicott 1973). Il modello dell’esperienza di reciprocità madre/bambino costituisce il riferimento più responsivo alle sofferenze degli stati limite, narcisistico/identitarie, alle rotture di sviluppo degli adolescenti. Si tratta in questa prospettiva teorica di essere in grado di tenere dentro di sé la sofferenza psichica dell’altro e di non lasciarlo «cadere», di acquisire la forma adatta per tenere il paziente.

Rilevante è quindi per il formatore riuscire a fornire potenzialmente o apertamente un holding a colui che si sta formando, segnalandogli fiducia e simpatia nonché consapevolezza del flusso di emozioni, della pressione pulsionale intensa a cui egli sarà esposto nella relazione con i pazienti.

Bibliografia

LAUFER M. (1978). The nature of the adolescent pathology and the psychoanalytic process. Psychoanalytic Study of the Child, 33, 307-322.

RICOEUR P. (1992). La persona. Brescia: Edizioni Morcelliana, 1997. WINNICOTT D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore, 1974.

Anno 2014 N.1 - Ado.com

ADO.COM

Gianluigi Monniello

È difficile oggi immaginare un adolescente senza un computer a disposizione o uno smartphone a portata di mano. Per la generazione digitale, l’essere connessi è una necessità ma soprattutto è una condizione assolutamente naturale dell’esistenza. La quotidianità si dispiega nel mondo della rete e l’adolescente è un residente stabile di tutti i suoi territori, cioè del cyberspace. Non c’è dubbio che il tempo del dualismo digitale, contrassegnato dalla netta contrapposizione tra reale e virtuale non è più esaustiva. Tale distinzione è ampiamente superata. La consapevolezza della sostanziale coerenza e congruenza dell’identità online e offline è solidamente radicata tra i più giovani. I termini di reale e di virtuale sono stati sostituiti dai più pertinenti on-line e offline. Tali termini non indicano mondi separati, antagonisti ma articolazioni differenti dei nostri contesti esperienziali, relazionali e comunicativi. A tale proposito Jurgenson (2012) parla, con efficacia, di «realtà aumentata».

L’adulto è fortemente confrontato con tale cambiamento e vive, con maggiore o minore intensità, un senso di perdita e di nostalgia per abitudini e forme di comunicazioni ormai d’antan. D’altra parte le nuove tecnologie tendono a esercitare un fascino ambiguo sugli adulti: sono fonti di curiosità, desiderate e, al contempo, sono temute e perturbanti. Talvolta a prevalere sono vissuti espliciti o impliciti di ostilità. Tutto ciò favorisce il mantenimento di visioni dello spazio virtuale come separato e scisso da quello reale. Il film Matrix (1999) costituisce la raffigurazione più efficace della separazione, fino alla scissione, di questi due mondi. Non c’è dubbio che in quindici anni sono avvenuti notevoli cambiamenti.

All’inizio al cyberspace sono state attribuite le qualità dello spazio potenziale di cui parla Winnicott, cioè quelle di essere un territorio intermedio tra il mondo interno del soggetto e la vastità del mondo esterno dell’oggetto, collocandosi tra «il me e il non me». Si configurava così come un’area di gioco potenziale, dal carattere intrinsecamente intersoggettivo.

Oggi, di fronte al progresso e alla diffusione delle nuove tecnologie digitali e dei social network anche il riferimento a tale seminale concetto winnicottiano risulta insufficiente per cogliere appieno la posta in gioco. Il mondo digitale è profondamente entrato in quello ordinario. Si è prodotto, cioè, uno spazio antropologico interconnesso con la vita degli altri, un tessuto connettivo attraverso il quale si esprime la nostra identità e la nostra stessa presenza sociale (Spadaro 2012). La dimensione gruppale acquista tutto il suo valore di sostegno, confronto e appartenenza a vasti contesti umani, liberando potenzialità comunicative, di scambio e identificatorie nei confronti degli altri.

L’adolescente, grazie all’uso dei social nework, può mettere in gioco le sue fantasie navigando nelle situazioni più varie, ma restando al di qua dello schermo. Tale condizione può costituire sia un’esperienza emotiva di prova sia un’interminabile dilazione dal contatto con l’altro in carne ed ossa. Comunque tante sono le sollecitazioni sensoriali che si attivano a vari livelli fino all’ipersensorialità. L’intenso eccitamento che ne deriva ha certamente bisogno di tempo per essere vissuto e, quindi, percepito. Se la percezione delle proprie sensazioni è conosciuta e fornisce un’esperienza di appropriazione soggettiva, allora le potenzialità dei social media sono al servizio dello sviluppo.

In quest’ottica la precedente tendenza a parlare di patologie del virtuale si è molto ridimensionata. Per esempio non è più convincente parlare di dipendenza dagli schermi o dai videogiochi, funzionamento incentrato sulla ricerca di eccitamento e soddisfacimento, quanto piuttosto di ricerca di contatti ed esperienze sociali. D’altra parte è ormai evidente che certi disequilibri tra comportamenti agiti e impulsivi e loro gestione attraverso la riflessione sono l’espressione dei differenti tempi fisiologici di sviluppo del sistema limbico rispetto alla maturazione della corteccia prefrontale, più tardiva. È in primo piano, in questo caso, la dimensione transitoria di tali periodi di crescita con i suoi naturali disequilibri. Può essere utile qui ricordare come la vera e propria dipendenza è definita dall’insieme di sei elementi (Griffiths 2010): il ritiro in se stessi, la modificazione dell’umore, l’aumento inarrestabile del tempo di esposizione («la tolleranza» all’esposizione), l’intensità del vissuto di mancanza in assenza di ciò da cui si dipende, il fenomeno della ricaduta in un’intensa conflittualità, condizione che caratterizza la vita dell’interessato. È pertanto utile distinguere, a proposito dei videogiochi, il gioco eccessivo dal gioco dipendente. D’altra parte il rapporto dell’adolescente con il cyberspace costituisce per molti adolescenti una fonte di apprendimento. In particolare l’uso di videogiochi sollecita l’esperienza d’immersione in un compito secondo tre possibili forme: sensoriale, sistemica e finzionale (Leroux 2012). L’immersione protratta può essere provocata dalla saturazione dei sensi, dal forte controllo dei processi di gioco o dall’identificazione con il protagonista. Tali differenti forme di coinvolgimento molto intenso nei social media corrispondono, allo stesso tempo, a modalità di appropriarsi del mondo esterno attraverso la messa in moto di processi di simbolizzazione nel corpo, in immagini o in parole.

Tutto ciò ci porta, infine, a considerare i social media come una possibile risorsa terapeutica. In questa direzione hanno lavorato e lavorano diversi Colleghi in tutto il mondo. In particolare molti videogiochi svolgono una funzione di mediazione nel corso di psicoterapie di gruppo, di laboratori che permettono una vicinanza e uno scambio con altri adolescenti, grazie a questo supporto terzo. Diverse le possibilità che si dischiudono negli ambienti istituzionali. Il videogioco può essere l’occasione per organizzare gare con un vincitore o un gruppo di vincitori; l’attività può divenire argomento di discussione e di scambio dal vivo tra i componenti del gruppo; la condivisione dell’attività ludica e del tempo possono facilitare confidenze e racconti personali che permettono di uscire dall’isolamento; adolescenti più esperti possono arrivare a realizzare in gruppo nuovi videogiochi o nuove forme di utilizzo dei social media.

Ancora una volta il mondo adolescente può essere fonte di nuova forza propulsiva per quello degli adulti. A questi ultimi, compresi gli psicoterapeuti, non resta che attivarsi e incuriosirsi per offrire sponde e funzioni contenitive adeguate, perché la creatività potenziale possa percorre appieno queste nuove vie d’espressione del soggetto adolescente.

Bibliografia

GRIFFITHS M.D. (2010). Online gaming addition: fact or fiction? In: Kaminski

W., Lorbert M. (Eds), Clash of Realities. München: Kopaed, pp. 191-203. JURGENSON N. (2012). In rete e fuori, il nostro io resta uno solo. Avvenire, 9

settembre 2012, 16.

LEROUX Y. (2012). En métapsychologie. Adolescence, 30, 1, pp. 107-118.

SPADARO A. (2012). Dobbiamo indagare l’ontologia del nuovo mondo ibrido. Avvenire, 9 settembre 2012, p.16.

Anno 2013 N.2 - Sogno

SOGNO
Gianluigi Monniello

Sognare fa appartenere alla vita e fa scoprire che non siamo soli. Il mondo dei sogni è abitato. Presenze e forze naturali lo popolano, lo sollecitano, lo orientano, interrogano il visitatore fino a turbarlo. L’esistenza della vita psichica trova la propria indiscutibile e vivida conferma.

Il tutto muove dal sonno che ripete l’esperienza racchiusa e protetta all’interno del ventre materno, dove c’erano calore, oscurità e assenza di stimoli troppo intensi. Del resto il corpo spesso recupera, nel sonno, la posizione fetale. Quindi, per certi versi, come non essere d’accordo con quell’adolescente che, trionfalmente, non si abbandona al sonno “perché un terzo della vita è dormito” e perché si sente collocato in una condizione così regressiva da ricondurlo a quando “non era ancora nato”?

Come suggerire allora all’adolescente che il sonno è il prezzo da pagare per giungere a poter sognare e così sentirsi creatore di sé e organizzatore del proprio funzionamento psichico ? Come incuriosirlo al modello del sogno quale via per avvicinarsi alla propria originale e singolare vita psichica? La sua creatività passa necessariamente attraverso i suoi sogni e il lavoro onirico che attivamente costruisce.

La magia del sogno affascina il bambino, lo lascia talvolta a bocca aperta, lo fa volare e guardare da lassù altri mondi. Il bambino è coinvolto in storie fantastiche, svolge ruoli importanti, diventa attore protagonista di avventure che possono anche essere pericolose ma che lo lasciano comunque miracolosamente in vita. Tutto ciò è intensamente espresso quando si sente dire ad un bambino: “Mamma ho fatto un sogno!”, bello o brutto che sia. È come se dicesse: “Mamma ho scoperto il ‘nuovo mondo’, ho viaggiato, ci sono altri luoghi, oltre a quelli che sono sotto il mio sguardo. Mamma ne sai qualcosa, ne hai sentito parlare? Non mi avevi detto che era proprio così. È la prima volta che, forse, tu non c’eri. Ero incuriosito da tante cose e non so dire se non c’eri o eri solo in disparte”. Momenti di ordinaria differenziazione, momenti creativi e fondamentali. Sono questi i sogni dei bambini (Freud, 1899) che riguardano soprattutto i fatti della vita quotidiana e le poste in gioco del suo sviluppo in corso. Si tratta di immagini visive definite che fermano e cercano di controllare gli eventuali pericoli provenienti dall’ambiente esterno che circonda il bambino. Il contenuto manifesto è importante e definisce lo stato del Sé. Ma, in fondo, per il bambino il suo sogno resta anche un po’ di proprietà dei genitori; è subito rivolto e dedicato a loro. In primo piano c’è il desiderio di raccontarlo, scarsamente presente è la spinta a tener segreti alcuni suoi contenuti.

Per l’adolescente non è più così. Per lui il processo di appropriazione soggettiva delle proprie esperienze interiori ed esteriori, talvolta al di là della tenuta delle sue fragili basi narcisistiche, interessa anche il sogno ed i suoi contenuti e la segretezza è naturalmente un ingrediente necessario, perché quei sogni diventino veramente propri. “L’innocenza dei sogni” (Rycroft 1979) è messa in discussione.

Ben sappiamo come nel passaggio dalle raffigurazioni del sogno al racconto delle immagini oniriche, molto va perduto per via della complessa e talvolta dolorosa traduzione. Il sogno, comunque, resta, attraverso l’interpretazione, la via regia di accesso ai derivati dell’inconscio. Il lavoro onirico e la sua costruzione restituiscono anche all’adolescente il valore del suo funzionamento e l’attualizzarsi di momenti originali di differenziazione. Salvo l’irrompere della nostalgia dei tempi originari, quelli della profonda fusionalità, quando l’unità madre e feto viveva, in fondo, di un sogno in due.

Così nel racconto “Sonno profondo” (1989), Banana Yoshimoto scrive: “Quella notte Shori mi parlò del suo lavoro più del solito. […] Penso che tutte le persone desiderino solo dormire accanto a qualcuno. […] Purtroppo però io non sono così brava, quindi a volte mi capita di addormentarmi. E sai, a dormire accanto a delle persone così stressate, regolando il mio respiro su quello del loro sonno, forse finisco con l’assorbire tutto il buio che hanno dentro. A volte, mentre mi dico che non mi devo addormentare, mi capita di appisolarmi leggermente e di fare dei sogni paurosi, surreali. [ …] Mi sveglio con il cuore in gola, spaventata.” (pp. 21-22). La sintonizzazione affettiva e, presumibilmente, l’attività dei neuroni specchio, così come la comunicazione tra le vite inconsce operano anche nel sogno e intrudono o vanno a comporre affinità elettive tra i sognatori.

Mi capita spesso, lavorando con gli adolescenti, dopo aver ascoltato i loro sogni, di proporre loro la metafora del regista e dello sceneggiatore. Sognando, scrivono la sceneggiatura e realizzano il film che li vede anche protagonisti. Tutto ciò, talvolta, è in grado di promuovere una disponibilità all’attività onirica e alla capacità di costruire sogni, favorendo e sviluppando un’apertura all’inconscio nell’adolescente e alla creatività nell’analista.

L’adolescente ha creato il sogno con il proprio materiale, costituito da inscrizioni sensoriali e mnemoniche, con la propria attività immaginativa, rivelando i suoi bisogni e desideri profondi e le sue questioni fondamentali. Tutto ciò lo incuriosisce, lo sorprende ma al tempo stesso lo scopre e lo espone; gli fa temere di perdere i propri confini corporei e di sentir fuggire i propri pensieri e idee.

L’attuale considerazione, in psicoanalisi, della comunicazione intersoggettuale pone ancor più allo psicoanalista la questione di quanta enfasi dare al “modello del bambino”, focalizzato sullo sviluppo e sul modo in cui il bambino, con il suo bagaglio genetico, può crescere ed evolvere nel tempo grazie alla relazione e all’ambiente esterno, o a quello, intrapsichico, “del sogno”, che permette di raggiungere il modello dell’inconscio e la sua atemporalità (Green, 2009). La psicoanalisi attuale vede il sogno non solo come una “finestra aperta” sul transfert o come rappresentazione del mondo interno del sognatore nel suo immediato presente ma anche come una forma di trasformazione simbolica di un’esperienza presimbolica, che l’autore del sogno rivive affettivamente nel processo analitico, anche senza ricordo. Così il lavoro onirico crea immagini pittografiche, cioè raffigurabilità psichica, figurazione anche laddove non c’è ancora rappresentazione; pertanto c’è costruzione, tanto da arrivare, talvolta, a riempire, grazie a questa via, alcune delle lacune della storia affettiva ed emotiva del sognatore, legate alle esperienze più originarie e inscritte nella memoria implicita. Nell’incontro con l’adolescente, dunque, è specificamente in gioco quella particolare funzione del sogno, cioè la considerazione della raffigurabilità, quale fonte naturale di appoggio al processo di soggettualizzazione e di appropriazione soggettiva dei propri funzionamenti e delle proprie potenzialità creative. D’altra parte, come ormai sostengono molti neuroscienziati, ci sono molte ricerche che indicano come l’attività onirica potrebbe essere legata in qualche modo alla capacità di risolvere creativamente i problemi. Come in tanti altri ambiti della vita psichica, la mente adolescente trova e vive creativamente tali funzionamenti complessi quando tutto procede sufficientemente bene o ne è drammaticamente sorpresa e minacciata. In ogni caso le questioni emergono e vanno alla ricerca di soluzioni trasformative.

Bibliografia

FREUD S. (1899), L’interpretazione dei sogni. OSF. Vol. 4. Torino: Borighieri, 1968.
GREEN A. (2009), Un dialogo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica. Psicoterapia e scienze umane, XLIII, 2, 215-234.
RICROFT C. (1979), L’innocenza dei sogni. Bari: Laterza, 1980.
YOSHIMOTO B. (1989), Sonno profondo. Milano: Feltrinelli, 1994.

Anno 2013 N.1 - Eroi

EROI

Gianluigi Monniello

L’incontro clinico con l’adolescente, con il passare degli anni, suggerisce di ampliare l’ascolto analitico della sofferenza psichica, peraltro già là a nutrire il controtransfert, l’autoanalisi dello psicoanalista e le teorizzazioni metapsicologiche. Lo sguardo dello psicoanalista andrà così, per sua natura, anche volto all’ambiente affettivo originario, a quello culturale e sociale, alle grandi questioni esistenziali e ai grandi miti dell’umanità, quali significativi ulteriori organizzatori della vita psichica. Come non interrogarsi, allora, sull’influenza che la figura dell’eroe, nelle sue molteplici raffigurazioni e incarnazioni, può avere sulla vita immaginativa dell’adolescente contemporaneo? L’adolescente continua a voler indossare i panni dell’eroe, a fantasticarsi protagonista di grandi gesta e a ricercare il martirio e il sacrificio in nome di valori ideali e per il bene della comunità? Gli eroi, i super eroi dotati di poteri straordinari, costituiscono ancora i referenti immaginativi adeguati, tali da favorire il lavoro del pubertario, da accompagnare il distacco dall’infanzia, da arricchire e consolidare l’ideale dell’Io, favorendo la creazione di sé?

La figura dell’eroe nasce e si costruisce sotto l’impronta della grandezza del semidio. Secondo i miti classici e le tradizioni millenarie l’eroe è, in proporzioni diverse, figlio di divinità e figlio di comuni mortali. La sua particolare caratterizzazione originaria è parte integrante della forza che esercita sull’attività immaginativa. L’eroe, irraggiungibile e ineguagliabile, è comunque fruibile e si pone quale referente identificatorio per gli umani. Può quindi funzionare da obiettivo ideale per investimenti libidici e aggressivi, per “collaudare” il personale bagaglio di potenzialità e competenze, per predisporsi a nuove vitali identificazioni con gli altri. “His Majesty the Baby” (Freud 1914, p. 461) incontra e affronta le grandi fatiche che lo porteranno ad essere semplicemente umano e così a convivere con la prospettiva del naturale morire. L’arte e lo stile personali con cui “Sua Maestà l’Io” (Freud 1907, p. 380) compie le sue fatiche, mettendo tutto se stesso alla prova, definiscono la creazione di sé.

Nel mondo contemporaneo così come scarseggiano o sono fragilizzati i riti iniziatici, latitano anche gli eroi. Comunque i grandi eroi mitici dell’umanità continuano ad esercitare la loro influenza, anche se magari attraverso altre vie, come l’andare alla ricerca dell’eroe imperfetto, il riconoscere la presenza di nuove forme di eroismo e il dare maggior voce all’eroismo femminile. La questione non è, infatti, quella di “non aver più bisogno di eroi” (secondo la nota affermazione di Brecht 1938-1956) ma piuttosto quella di poter vivere in fantasia, e immaginare a sufficienza, possibili gesta, grandi epopee, cioè percorsi di soggettualizzazione per costruire una immagine di sé adeguata, nonostante gli impedimenti che si frappongono, originati da disregolazioni affettive precoci o da traumi non elaborati.

In ogni caso l’adolescente, per prendere le distanze e alleggerirsi dell’influenza dell’onnipotenza infantile, trae gran giovamento da una certa frequentazione del semidio. Si tratta di porsi sotto l’egida e la protezione di una figura importante, di sicura grandezza, per sostenere un funzionamento, in un certo senso eroico, quale quello del mettersi in proprio ed insediarsi in se stessi. La passione e la creatività dell’adolescente necessitano di un grado elevato di transitori momenti di sublimazione che, per realizzarsi, hanno bisogno di tutta la forza e la combattività dell’ideale. Quando a prevalere è invece il discorso fallico infantile, tutto il processo del pubertario, faticosamente costruito, si arresta o fallisce e l’adolescente soccombe alla psicopatologia, divenendo martire.

La tematica dell’eroismo in adolescenza non può non incontrare quella del confronto con la morte. L’elaborazione della propria caducità richiede grande coraggio fino al disprezzo per il possibile sacrificio di sé. Quello che è necessario potersi rappresentare è la possibilità di sopravvivere alla propria morte attraverso la fama per le proprie gesta.

D’altra parte resta il fatto che la figura dell’eroe ha perso, con il tempo, il suo significato di unione naturale con la divinità ed è diventata soprattutto sinonimo di protagonista. Pertanto l’adolescente è eroe quando è la sua soggettualità ad essere la protagonista della narrazione della propria storia.

Le principali caratteristiche di una ipotetica figura di eroe in grado, oggi, di alimentare nell’adolescente la creazione di sé sono forse da rintracciare più nell’immagine dell’uomo autenticamente comune che, paradossalmente, offre qualcosa di più e al di là del riferimento a forme iconiche, intercambiabili, dell’eroe d’antan. Forse per questo gli eroi postmoderni preferiti dagli adolescenti tendono a diversificarsi da quelli del mondo adulto, tanto contraddittori e quindi fonti inevitabili di distruttive contaminazioni. Vanno perciò scelti e prodotti in proprio. D’altra parte, come non convenire con quanto scrive Lacan (1959-1960):| “Ho contrapposto l’eroe all’uomo comune, e qualcuno si è offeso. Non li distinguo come due specie umane – in ciascuno di noi, c’è la via tracciata per un eroe, ed è appunto da uomo comune che la si realizza”.

Il tema dell’eroe ha fatto convergere tre gruppi redazionali e ha portato a realizzare un fertile incontro scientifico tra Colleghi che lavorano per tre Riviste psicoanalitiche, grandemente interessate all’adolescenza. Questo numero di AeP Adolescenza e Psicoanalisi raccoglie dunque i lavori presentati durante due intense giornate di studio e confronto, svoltesi a Roma nel Maggio scorso, presso la Sapienza Università di Roma, Istituto Giovanni Bollea. Le storiche riviste che hanno partecipato sono Adolescence, fondata da Philippe Gutton nel 1983 e da lui ancora diretta, Topique, fondata da Piera Aulagnier nel 1969 e diretta da Sophie de Mijolla Mellor e appunto Ae P, fondata da Arnaldo Novelletto nel 2001 e da me diretta dal 2006.

Bibliografia

BRECHT B. (1938-1956). Vita di Galileo. Milano: Einaudi, 2005.

FREUD S. (1907). Il poeta e la fantasia. In: OSF., Vol. 5. Torino: Boringhieri, 1972, p. 380.

FREUD S. (1914). Introduzione al narcisismo. In: OSF., Vol. 7. Torino: Boringhieri, 1975, p. 461.

LACAN J. (1959-1960). Il Seminario. Libro VIII. L’etica della psicoanalisi. Torino: Einaudi, 1994.

Anno 2012 N.2 - Scuola

SCUOLA

Gianluigi Monniello

In questi giorni molti istituti scolastici del nostro paese sono occupati o autogestiti dagli studenti che protestano contro la difficile situazione nella quale versa la scuola italiana. Assistiamo alla straordinaria mobilitazione di tanti adolescenti motivati e responsabili che hanno deciso di prendersi cura delle aule dove vivono ogni giorno, dei luoghi dove si gettano le basi della loro formazione e della loro crescita personale. Fino a poco tempo fa erano gli adulti, gli insegnanti, impegnati a svolgere una delle tre «professioni impossibili» (Freud 1937, p. 531), accanto a quelle di governare e di psicoanalizzare, cioè quella di educare le nuove generazioni, ad essere soli a difendere il valore della scuola. Oggi sembrano piuttosto gli studenti adolescenti a indicare la via per guardare al futuro. Sono gli studenti a sottolineare la necessità di mettere al primo posto il valore della ricerca e dello studio, dell’istruzione e della cultura. Essi indicano con forza e determinazione che è irrinunciabile investire energie, entusiasmo e capitali per la loro educazione. Essi sono i futuri protagonisti del mondo che verrà.

D’altra parte i più profondi esploratori della vita psichica hanno tante volte suggerito che i figli, fin dalla nascita, quando incontrano un ambiente di accudimento non sufficientemente buono si attivano per far star bene le loro madri e i loro padri in ogni modo e utilizzando tutte le loro forze. D’altronde le motivazioni profonde che albergano nella maggior parte degli psicoterapeuti e degli psicoanalisti competenti sono originate dalla vis psicoterapeutica, attivata a partire dal loro originario incontro con le difficoltà del caregiver. Mi sembra allora che tale slancio riparativo e sensibile, la bella prova che gli studenti stanno offrendo al mondo degli adulti, nasca dal disagio di tanti genitori e di tanti insegnanti che si sentono e si dimostrano sopraffatti e scoraggiati nell’esercizio delle loro funzioni. Tutto ciò sembra andare in direzione contraria rispetto a quanto Freud (1907) ha sottolineato e cioè che è proprio «il desiderio di essere grande ed adulto», che pervade il bambino e che si esprime ampiamente nei suoi giochi (p. 377), ad essere di aiuto nella sua educazione. Infatti, quanto desiderio di essere grande e adulto può albergare ancora nei giovani nel mondo contemporaneo, di fronte ad adulti spesso disorientati e fragili?

In un certo senso sarebbe auspicabile che si sviluppasse oggi una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli studenti anche per via dell’impasse degli insegnanti che, per svariate ragioni (economiche, sociali, culturali), tardano a tornare a installarsi in un ruolo autorevole nella relazione educativa con i loro alunni. D’altra parte se è possibile chiedersi quanto il piacere di insegnare riesca ancora ad essere investito libidicamente da parte dei docenti, impoveriti come sono nel loro ruolo economico, sociale e culturale, è indubbio che il loro ritorno a posizioni di referenti culturali e di garanti civici non può che passare dal loro riconoscimento quali referenti competenti e adeguati da parte dei loro allievi.

Tutto ciò è ampiamente «anticipato» da Arnaldo Novelletto, nel lavoro inedito che apre questo numero di AeP, scritto nel 1997 (ivi p. 13). L’Autore suggerisce come sia la relazione educativa ad essere essenziale tra allievo e insegnante. Le sue specificità vanno riflettute a fondo ed è proprio questo l’ambito dove lo psicoanalista, profondo esperto di relazioni umane e attento alla dimensione intersoggettuale della vita psichica, può apportare un contributo originale. Varie sono infatti, pur con le debite differenze, le possibili assonanze tra relazione educativa e relazione analitica: l’importanza che l’insegnante si lasci winnicottianamente usare dall’allievo, che i due protagonisti della relazione si mettano in gioco con modalità profonde e creative, che sia considerata l’operante profonda regolazione affettiva che il loro incontro sviluppa.

Per l’adolescente la vita scolastica è senza dubbio fonte inesauribile di investimenti libidici e aggressivi nei confronti dei coetanei, alimenta i movimenti identificatori ai protagonisti della propria generazione, favorisce la valorizzazione della propria specifica condizione esistenziale ma espone, sicuramente oggi più di ieri, anche alle ferite dolorose e profonde che il disconoscimento, il rifiuto e l’emarginazione possono procurare. Così, per esempio, gli episodi di bullismo sono più diffusi che in passato anche se ci sono sempre stati. Ma ciò che preoccupa maggiormente di fronte a tali episodi è la loro intensità, così come la diffusa passività di coloro che, testimoni di sopraffazioni, umiliazioni e violenze, lasciano fare; preoccupa la loro esibita inconsapevolezza di diventare complici silenziosi e partecipi. Le derive della vulnerabilità delle basi narcisistiche di tanti adolescenti, quando sono chiamati alla difficile costruzione della loro identità, trovano la loro espressione sotto forma di velleitarie scorciatoie, quali l’esercizio della sopraffazione e del potere sull’altro debole o svantaggiato.

D’altra parte l’incontro con la scuola confronta che l’esperienza dell’insuccesso scolastico. Talvolta, in realtà, è il timore del successo, “l’arenarsi dinanzi al successo” (Freud 1916), ad essere in gioco. In questi casi è il rischio che tale successo conservi il significato inconscio di realizzazione dei desideri edipici e comporti l’agognato premio edipico, ad inibire l’investimento sullo studio e la piena espressione del proprio potenziale.

In tanti altri casi è la fobia della scuola a far ipotizzare la presenza di disregolazioni affettive precoci, all’origine di impedimenti ai processi di sviluppo di tanti adolescenti. Gli impegni scolastici sono allora fronteggiati con fantasie e posizioni infantili falliche e onnipotenti e pertanto l’adolescente non può che essere continuamente esposto a ripetuti fallimenti. L’insuccesso non può essere riconosciuto quale possibile momento utile alla propria formazione, non costituisce quasi mai uno stimolo a rimboccarsi le maniche e a cercare di prendersi la necessaria rivincita ma soltanto la resa ad un Ideale dell’Io irraggiungibile e il ritiro di fronte ad una minaccia all’identità.

Tutto ciò delinea la complessità e la ricchezza della posta in gioco nell’incontro dell’adolescente con la scuola e con gli insegnanti. La vita scolastica nel suo insieme è portatrice di grandi sfide e trasformazioni e propone un’infinità di irripetibili esperienze affettive, relazionali e conoscitive. Prendersi a cuore ciascuno dei protagonisti del mondo della scuola costituisce un investimento per il futuro, un utile lavoro di prevenzione e un impegno irrinunciabile per ogni psicoanalista. Proporsi con le proprie specifiche competenze e nel proprio specifico ambito operativo, e cioè in qualità di esperto di relazioni intersoggettuali e gruppali, è utile, necessario e non ulteriormente procrastinabile.

Bibliografia

FREUD S. (1907). Il poeta e la fantasia. In: OSF, Vol. 5. Torino: Boringhieri, 1972.

FREUD S. (1916). Alcuni tipi di carattere tratti dal lavoro analitico. In: OSF, Vol. 8. Torino: Boringhieri, 1976.

FREUD S. (1937). Analisi terminabile e interminabile. In: OSF, Vol. 11. Torino: Boringhieri, 1979.

Anno 2012 N.1 - Alleanza

ALLEANZA

Gianluigi Monniello

La scelta di questo argomento potrebbe destare una certa sorpresa nei lettori attenti di AeP. La storia del concetto di alleanza in psicoanalisi, cioè «legare il paziente alla cura e alla persona del medico» (Freud 1913) rimanda, infatti, alla teoria della psicopatologia e fa tradizionalmente riferimento alla forza delle pulsioni e del conflitto e agli scopi del trattamento. Si configura cioè come la condizione necessaria per il processo analitico che l’analista è chiamato, coscientemente, a costruire e a offrire al paziente; come un ambiente di fiducia che permette di mobilitare la parte sana del paziente in vista di un reciproco interesse, scongiurare l’interruzione da un lato e il prevalere della coazione a ripetere dall’altro.

In realtà sappiamo come, piuttosto, la psicoanalisi dell’adolescenza abbia contribuito a porre al centro della sua specificità la teoria dello sviluppo, quindi la vulnerabilità narcisistica e i funzionamenti non nevrotici. Nell’adolescente la costruttiva e maturativa conflittualità dell’edipo è, almeno per un certo tempo, in secondo piano rispetto alle sue poste in gioco più irrinunciabili, cioè la soggettualizzazione e la soggettivazione. Inoltre non può non sorprendere il ritorno di un termine così connotato con il linguaggio delle grandi strategie militari, linguaggio dal quale, almeno in molti, vorremmo tenerci lontani. Infine, come non riconoscere che l’esplicito invito a lavorare per costruire l’alleanza sollecita la reificazione, cioè l’incapacità di distinguere tra i propri schemi e il fenomeno che tali schemi rappresentano, degli eventuali suggerimenti nella mente dello psicoanalista.

Perché allora riprendere e far lavorare il termine alleanza, perché collocarlo al centro della riflessione tra chi lavora psicoanaliticamente con l’adolescente? Forse soprattutto per proporre una riconsiderazione del concetto di alleanza in vista di un suo arricchimento o di un suo superamento.

Riguardo al suo arricchimento, una prima via muove dalla netta distinzione di tale concetto da quello che potremmo definire di compliance al trattamento e riflette sugli apporti forniti inconsciamente dall’analista alla vita psichica del paziente e sul coinvolgimento inconscio del paziente interessato a riprendere, grazie all’offerta del setting analitico, il suo percorso di sviluppo. Molta letteratura psicoanalitica parla oggi di co-pensiero, co-costruzione, in riferimento alla vicinanza profonda e necessaria degli apparati psichici dell’analista e del paziente. È la dimensione della terza topica (Cahn 2010), così come è stata proposta da Raymond Cahn, e di cui abbiamo varie volte parlano su AeP. Secondo tale modello la psiche dell’altro si rende necessaria per promuovere il processo di soggettivazione, offrendo un apparato psichico che appartiene alla coppia, un luogo di scambi in un processo inter-identificatorio, trans-soggettuale, così da permettere l’uso di uno spazio transizionale, che può essere in seguito introiettato, delineando lo spazio intrapsichico nei pazienti adolescenti. D’altra parte la psicoanalisi dell’adolescenza ci ha abituato alla negoziazione creativa, all’essere oggetto soggettualizzante e alla riattualizzazione, nell’incontro clinico, degli impedimenti originari alla nascita del soggetto e dell’oggetto. L’ipotesi è che il concetto di alleanza riguarderebbe l’eventualità di una rimessa in moto dei processi di sviluppo fino a quel momento impediti o bloccati. Quanto intendo sottolineare è l’interesse per il lavoro di legame che progressivamente si tesse fra adolescente, referente adeguato e ambiente esterno. Si tratta di raccogliere nelle situazioni di incontro con l’adolescente, le sue sensazioni, i suoi vissuti, le sue raffigurazioni, l’insieme delle sue potenzialità creative e collocarle in un’area condivisa, così che l’attività rappresentativa prenda forma e stabilità.

Un’altra via di arricchimento del concetto di alleanza riguarda la sua utilità in quanto possibile indice di efficacia del lavoro analitico. La presenza di un costante e fiducioso investimento sulla persona dell’analista, la rimessa in gioco dei processi d’identificazione, la possibilità di contare sull’ascolto partecipe dell’altro e della sua competenza emotiva non possono che costituire validi fattori terapeutici.

Il superamento di questo concetto può riguardare, invece, l’utilizzo del negativo. Il poter cioè riconoscere come la resistenza al trattamento sia l’espressione di un tentativo di non arrendersi all’oggetto, di non cedere alla compiacenza ma andare alla ricerca di momenti di autentica iniziativa personale. La possibilità cioè, da parte del paziente, di sospendere la colonizzazione di sé da parte dell’altro e avviare e mantenere i propri processi di differenziazione. Si tratta allora di saper attendere che si sviluppi l’interesse dell’adolescente per la propria vita psichica che necessita, quale unico possibile nutrimento, della capacità affettiva di costruzione dello psicoanalista e del suo sicuro convincimento nelle potenzialità creative dell’adolescente. Si tratta, infine, di considerare con cura e dedizione le molteplici alleanze preliminari che hanno bisogno di svilupparsi con tutti coloro che vivono accanto all’adolescente in difficoltà, quando manca la sua disponibilità a mettersi in gioco e va aggirato il suo rifiuto di farsi aiutare. In tal caso infatti il termine alleanza riguarderebbe, piuttosto, ciò che precede l’inizio del trattamento.

Bibliografia

CAHN R. (2010). Una terza topica per l’adolescenza? AeP Adolescenza e Psicoanalisi, V, 1, 19-35.

FREUD S. (1913). Inizio del trattamento. In: OSF. Vol. 7. Torino: Boringhieri.

Anno 2011 N.2 - Gravidanze

LE GRAVIDANZE DELLE ADOLESCENTI

Gianluigi Monniello

Il plurale, gravidanze, è d’obbligo affrontando le trasformazioni corporee e i processi psichici in corso, diversi e polisemici per ogni adolescente, per evitare fin da subito il rischio, sempre presente, della sistematizzazione e della classificazione di ipotetiche sovradeterminazioni. Infatti, la tentazione di definire percorsi interpretativi generalizzabili, di ancorarsi a simbolismi ricorrenti, pur comprensibile per cercare di dare senso a vissuti che mescolano necessariamente le carte nel soggetto e fra le generazioni, è primariamente l’espressione della risonanza forte e non delimitabile presente in chi, adulto, si trova a considerare l’evento, condensazione della realtà della sessualità e della fecondità. Così, allora, quella prematura gravidanza segnalerebbe la forza delle fantasie edipiche infantili, il fare economia della rappresentazione preliminare di accogliere il pene dentro uno spazio cavo del corpo, la non differenziazione dalle vicissitudini di maternità della madre di quell’adolescente, la feroce conflittualità nei suoi confronti. Perciò anche se tutto ciò è certamente in gioco, costituisce, a mio modo di vedere, solo una parte delle possibili questioni sollevate dall’evento e produce, in primis, una nuova gestazione di interpretazioni che non possono che penetrare nell’adolescente, tanto recettiva nei confronti del mondo esterno e alle prese con qualcosa di interiore che la sorprende e le sfugge. Pertanto tali letture interpretative piuttosto che fungere da organizzatori dello psichismo mi appaiono interrogare la «dismisura», la «dimensione dell’eccesso della psicosessualità femminile» e la loro raffigurabilità (Giuffrida 2011).

L’evento, il fatto biologico, cade sull’adolescenza in corso e «organizza» il pubertario dell’adolescente in base ai livelli di rappresentazione e di simbolizzazione disponibili. Il passato infantile è richiamato prepotentemente in ballo e il futuro si colma della presenza di un’altra vita possibile, quella del nascituro e quella propria. L’evento si impone sui precedenti assetti della persona nel suo insieme: si diventa un’altra persona. Alla fantasia di avere un bambino, a quella di essere gravida si sostituisce il dato biologico e lo status di essere incinta. L’avere in grembo una vita che cresce prepotentemente dentro di sé, mette la adolescente di fronte alla forza della natura e cambia la sua natura.

L’idea che una gravidanza in adolescenza sia prevalentemente un attacco al corpo sessuato, l’indicatore della resa alla madre, oggetto d’amore originario, dalla quale neppure la sessualità puberale ha aiutato a separarsi, insomma la visione lauferiana, mi sembra non tenga abbastanza in considerazione la portata narcisistica di tale evento, in quanto attestazione incontrovertibile della forza inarrestabile della propria naturale fecondità. Va infatti considerato come il fantasma più profondo, in ambedue i sessi, non sia tanto il desiderio di fare un figlio, ma il desiderio di poterne fare uno, fantasma che fa riferimento al potere della madre, presenza mitica fin dall’origine dell’umanità ben al di là delle ragioni della contraccezione.

La fertilità realizza il prolungamento di sé che, nella sua dimensione narcisistica, è accomunabile al fantasma di autogenerazione nell’onnipotenza infantile e si oppone al sentimento di incompletezza e alla realtà della castrazione. Tale dimensione narcisistica non va perciò dimenticata ma affiancata sia ai vissuti di invasione divorante e di lacerazione dall’interno legati alla messa in moto gestazionale sia a quelli di dolore interno, di dissanguamento e di svuotamento che violentano la pancia, «il femminile cavo», vissuti attualizzati dall’interruzione volontaria della gravidanza (IVG). A tale proposito non c’è dubbio che è bene che la volontarietà richiesta all’adolescente sia parziale e discreta, proprio per gettare le premesse di una possibile successiva elaborazione attraverso spostamenti, rimozioni e riparazioni, a loro volta premesse di probabili nuove e desiderate gravidanze a venire. Fare prevenzione, dunque, perché la precoce gravidanza non faccia evacuare la sessualità, cortocircuitare il pubertario, accedere allo statuto di adulta senza passare dall’elaborazione del lutto della relazione infantile con gli oggetti edipici.

Quali poi i vissuti del potenziale padre, anche lui spesso adolescente, che passa dalle stelle alle stalle, dall’elazione narcisistica per il successo fallico alla successiva castrazione per interposta persona? Quale la sua sorpresa e il suo disorientamento per la rapidità di tale detronizzazione e quali i possibili percorsi di rappresentazione del ruolo da lui giocato nell’evento? La paternità precoce interroga profondamente l’equilibrio da lui raggiunto tra investimenti narcisistici e investimenti oggettuali nonché tra ricerca di soddisfazione sessuale e considerazione della propria fertilità.

L’ambiente familiare, sociale e culturale gioca una sua parte importante. Il rispetto per l’esperienza così misteriosa di scoprirsi incinta, la riservatezza intorno alla cronaca dei fatti rappresentano un primo antidoto di fronte al rischio che persistano diffusi vissuti di eccitamento, al diniego di un vissuto di perdita, a un lutto che necessita di tempo perché l’oggetto della perdita sia definito, accettato e lasciato sufficientemente digerito sulla strada della crescita. Restare incinta è un evento biologico di vita che non deve trasformarsi in un vuoto mortifero che riempie lo psichismo dell’adolescente. I destini di quell’evento e la sua vitalità hanno bisogno di un lungo ascolto perché tutte le sue sfumature siano colte a sufficienza.

Bibliografia

GIUFFRIDA A. (2011), Sul desiderio di un bambino, Lavoro presentato al Centro Psicoanalitico di Roma, 21 settembre 2011.

Anno 2011 N.1 - Migranti

MIGRANTI

Gianluigi Monniello

Le immagini di tanti esseri umani stipati fino all’inverosimile, in vecchi barconi sbattuti dalle onde, sono davanti ai nostri occhi, nell’attualità di questi giorni. Ma in tali condizioni è anche possibile che una donna etiope riesca a partorire, in vista di Lampedusa, un bambino, Yeabsera che, nella lingua dei suoi genitori significa «dono di Dio». Che adolescente sarà Yeabsera? Prevarrà in lui lo stigma del trauma vissuto dai suoi genitori o l’intensità di tale evento così forte, come solo la natura sa esserlo, alimenterà la sua resilienza e il suo potenziale creativo?

In Italia la riflessione sul fenomeno dell’immigrazione inizia ad essere consistente e non siamo più così pervasi da vissuti e ricordi dei tempi dell’emigrazione italiana, dalle immagini di treni verso il nord Europa o da quelle dei bastimenti per le Americhe. Oggi i nostri connazionali, all’estero, compongono, per lo più, comunità importanti in tanti paesi del mondo. Riguardo poi ai numerosi giovani laureati che vanno a formarsi e a lavorare fuori dall’Italia si parla, più propriamente, di «fuga» verso luoghi di ricerca scientifica più ricchi di prospettive.

Il pensiero di migrare può, nell’adolescente di oggi, evocare ancora viaggi straordinari in terre lontane o i passaggi migratori legati alle stagioni, per mare, verso temperature più miti? Può ancora far immaginare dimensioni e forme vitali in coloro che vorrebbero lasciar «gli stazzi» (D’Annunzio, 1903), e andare alla ricerca di nuovi insediamenti, per meglio vivere e dialogare con altre persone, con la natura e il suo potente linguaggio?

Si partiva, un tempo, portando con sé la propria cultura, le proprie tradizioni ed i propri antenati. Può ancora l’adolescente immaginarsi la sua migrazione, almeno in fantasia, verso territori favorevoli all’insediamento in se stesso, cioè al suo processo di soggettivazione? Può sognare luoghi lontani dove incontrare climi favorevoli, persone accoglienti e operose, magari anche un nuovo autentico amore? Soprattutto può conciliare tutto ciò con la nostalgia delle sue origini e con un’Itaca alla quale pensare, in vista di un viaggio di ritorno reale o comunque fantasticabile?

Tale fiducia verso ciò che si profila all’orizzonte può ancora albergare nell’adolescente di oggi che ha di fronte a sé tante immagini di migranti, il cui orizzonte è piuttosto un naufragio disperato e disumanizzante?

La drammatica obbligatorietà del migrare di tanti giovani di paesi poveri, lacerati da guerre e carestie, suggerisce e fa prevedere, piuttosto, pericoli e rischi per la loro strutturazione psichica. Le possibili evocazioni poetiche di tali viaggi sono meno illuminate dalla speranza e possono comportare il prezzo di recidere le loro radici culturali, senza alcun premio finale.

Le vaste dimensioni degli attuali fenomeni migratori alimentano l’etnopsichiatria, disciplina sempre più impegnata nella clinica delle esperienze post-traumatiche, della psicopatologia dell’esilio, alla ricerca di soluzioni terapeutiche «transculturali». Sono in primo piano i possibili esiti del trauma della migrazione, accidentati e ancora da approfondire, sulla prima e sulla seconda generazione. Sono lontani i tempi dell’osservazione visionaria e partecipe da parte di viaggiatori, antropologi e clinici appassionati, anche se comunque colonizzatori, «ammirati» dagli usi e dai costumi di popoli lontani, portatori di culture «esotiche». L’espressione «mal d’Africa» evoca ancora tale fascinazione e, al contempo, rivela l’inquietante paradossalità di quelle esplorazioni.

D’altra parte negli ultimi decenni la globalizzazione limita ulteriormente la sorpresa e il fascino dell’incontro con altre e diverse culture. C’è molto meno spazio per l’immaginazione anticipatrice, per osare la speranza di scoperte trasformative di uomini e di mondi nuovi.

Gli orizzonti si sono ristretti e la vicinanza, talvolta addirittura la rapida invasione, rende lo straniero temibile e pericoloso. Non si ha più il tempo di mettere in comune la propria terra; l’esperienza della comunanza, cioè il trovare l’uguale nell’estraneo, non riesce ad essere sentita come un bene da estendere. Spesso la rapidità degli eventi non permette di avviare la riflessione. Piuttosto la brusca messa alla prova dei propri confini territoriali e personali alimenta i vissuti e le soluzioni difensive. Anche gli apparati psichici risultano minacciati e indeboliti. I fantasmi che alimentano le paure vanno analizzati a fondo, perché nessuno può ritenersi esente o immune e ciascuno è abitato dai propri.

Così l’ottimismo delle differenze e del molteplice, l’idea che l’incontro con culture straniere possa soprattutto produrre contaminazioni feconde, rafforzare i corredi genetici, migliorare l’uomo attraverso l’ibridazione e il meticciato, si fronteggia sempre più, nel mondo contemporaneo, con la diffusione di vissuti drammatici di smarrimento identitario, con la crescita esplosiva delle divisioni e delle esclusioni sociali, e impone il ripensamento sulle fondamenta della convivenza, del vivere cum.

Qualche anno fa il filosofo francese Jacques Derrida, migrante algerino, a Parigi, a 19 anni, ha messo al centro delle sue riflessioni filosofiche e politiche il concetto di etica dell’ospitalità o meglio dell’etica come ospitalità. Già riflettendo sull’etimologia l’Autore ha rimarcato il nesso strettissimo tra hospes (ospite) e hostis (nemico), indicando come lo straniero, il migrante, possa essere accolto come ospite o come nemico sia della comunità che del singolo. Colui che arriva, «l’arrivante» interroga profondamente l’ospite sulla sua autentica disponibilità a fare spazio al nuovo e al diverso. Tale disponibilità non può che essere l’espressione di una posizione etica, basata sull’intuizione che la «giusta ospitalità» rappresenti una buona fonte di miglioramento personale per il soggetto ospitante.

Anche il mondo della psicoanalisi ha vissuto le sue migrazioni.

Scrive Jones (1953): «L’invasione dell’Austria da parte dei nazisti, che ebbe luogo l’11 marzo 1938, segnò per Freud il momento di partire da casa per una terra straniera, seguendo con questo la dolorosa via così spesso battuta dai suoi avi. Questa volta però partiva per un paese che lo accolse meglio di qualsiasi altro». Così tanti altri psicoanalisti, nello stesso periodo e per le stesse ragioni, partirono per l’Inghilterra e per gli Stati Uniti, altri si rifugiarono in Svizzera. Anni dopo fu l’America Latina a veder partire molti psicoanalisti, sempre per via di persecuzioni politiche.

Dal punto di vista della riflessione psicoanalitica l’incontro con il mondo interno dei migranti rimanda, senza dubbio, alla capacità di ospitare dentro di sé il non prevedibile, in particolare quanto della vita psichica dello straniero non appartiene al mondo culturale dell’analista. La posta in gioco è allora il riuscire a dare tempo a quel paziente, perché i suoi vissuti provenienti da un altro mondo possano sufficientemente albergare, trovare ospitalità prima di trovare termini nuovi per essere descritti.

Come non pensare al primo incontro del bambino con «l’essere umano prossimo», quel Nebenmensch di cui parla Freud nel Progetto (1895)? Quello che affascina in questa espressione è che Freud si riferisce alla condizione di scoperta e timore che definisce l’inizio della vita. Sono proprio questi tempi originari ad essere mobilitati, messi in tensione nell’incontro con i migranti. C’è un prevalere del percettivo, prima che si possa pensare, organizzare una strategia cognitiva per far fronte alla complessità del fenomeno. Sulla base di queste concettualizzazioni la psicoanalisi può fornire sfondi per la riflessione, per la realizzazione di interventi utili e costruttivi.

Tutto ciò evoca la relazione al non conosciuto dell’altro primordiale. Il riferimento è al tempo delle origini del soggetto, quando si giocano le aperture al mondo e le precocissime chiusure verso l’esterno. Da qui originano le speranze per il nuovo mondo, le spinte alla solidarietà profonda e la mistica del diverso.

Certamente ci sono rischi e ci sono opportunità nell’incontro con i tanti giovani migranti che ormai abitano accanto a noi indigeni.

Cruciale appare allora l’esperienza viva di entrare concretamente in contatto con il migrante. Il lavoro di quanti esplorano la complessità di mondi umani e culturali, che si incontrano «per cause di forza maggiore», non può che tentare di elaborare un’«ontologia tattile» (Derrida 2000). Scoprire insomma attraverso il tatto e con tatto l’altro diverso da sé.

Tali dinamiche non possono che trovare una loro forte risonanza nella mente adolescente impegnata nell’integrazione delle proprie potenzialità, della propria storia personale e transgenerazionale, così come nell’esplorazione del mondo esterno, culturale, ideale, religioso e politico.

La sua attività fantasmatica, i suoi romanzi familiari e i suoi oggetti d’identificazione, i suoi possibili referenti adulti si rielaborano, si costruiscono nuovamente nell’incontro con il paese ospitante, spesso inospitale e con tutti i suoi rappresentanti. Altre volte è il mondo che si portano dietro o dentro a dover essere sacrificato per sperare in ado- zioni da parte di genitori adottivi non sempre desideranti o ignari delle loro paure.

Profondi, quindi, sono gli interrogativi sui destini e sulle evoluzioni in particolare delle seconde generazioni, quelle composte dai figli adolescenti dei migranti. La prospettiva favorevole di potersi costruire una identità cosmopolita, di sentirsi il «primo della stirpe», chiama necessariamente in causa la solidità delle proprie origini e la giusta ospitalità da parte della comunità che accoglie.

Bibliografia

D’ANNUNZIO G. (1903). I pastori. Alcyone. Sogni di terre lontane. In: I Meridiani

Versi d’amore e gloria. Vol. 2. Milano: Mondadori, 1984.

DERRIDA J. (1996). Sull’ospitalità. Tr. it. Milano: Baldini & Castoldi, 2000.

DERRIDA J. (2000). Le toucher. Jean-Luc Nancy. Paris: Galilèe.

FREUD S. (1895). Progetto di una psicologia. OSF, Vol. 2. Torino: Boringhieri, 1968.

JONES E. (1957). Vita e opere di Freud. Tr. it. Milano: Il Saggiatore, 1963.

Anno 2010 N.2 - Gruppalità

GRUPPALITÀ

Gianluigi Monniello

La possibilità di pensare il proprio funzionamento mentale all’interno di dinamiche gruppali costituisce una naturale evidenza e, al contempo, una grande scoperta. Il passaggio dal pensiero proiettivo, secondo il quale le altre persone rappresentano l’estensione di noi stessi, alla considerazione degli altri, quali fonti inesauribili di informazioni e stimoli alla nostra soggettualizzazione, rappresenta una transizione di notevole intensità che caratterizza e celebra l’adolescenza.

È possibile affermare che le vicissitudini processuali della differenziazione dall’oggetto primario fino al progressivo insediamento in se stessi siano, in forma esponenziale, vissute e attraversate anche nel passaggio dalla percezione del gruppo come estensione di sé al riconoscimento della gruppalità, costituita dagli altri esseri umani. Del resto l’umanizzazione – accanto all’induzione della speranza, alla promozione del sentimento di appartenenza e all’altruismo – è uno dei più intensi fattori terapeutici della psicoterapia di gruppo. La sensazione di viversi come un essere umano fra altri reali esseri umani ha una forza trasformativa sorprendente e affatto scontata.

Come ci indicano i lavori proposti in questo numero di AeP Adolescenza e Psicoanalisi, è in modo particolare nel lavoro clinico istituzionale con gli adolescenti che le conoscenze della psicologia di gruppo e l’esperienza di conduzione di gruppi psicoterapeutici o anche «educativi» costituiscono una straordinaria e irrinunciabile risorsa per arricchire la cura e migliorare il funzionamento organizzativo dei servizi. D’altra parte è proprio in adolescenza che la cultura di gruppo, la tendenza al raggruppamento e l’attrazione per il gruppo sono in primo piano. La convivialità con i coetanei apre alla socialità, ma soprattutto facilita e incoraggia il processo di distanziamento dalle figure genitoriali. Così il gruppo dei pari diventa il luogo che permette lo scambio relazionale e nutre l’esigenza di sperimentare e di vedere rispecchiato il proprio funzionamento mentale. D’altra parte il fatto di limitare l’espressione della propria individualità per realizzare la coesione dei gruppi sembra trovare senso nel forte sostegno che il gruppo può offrire alle proprie fantasie di sviluppo maturativo. Gradualmente l’esperienza della gruppalità psichica sospinge l’adolescente ad osservare se stesso, lo incuriosisce alla condizione riflessiva, sulla scia e in risonanza con il pensiero che il gruppo attiva e sviluppa. La libera discussione con «più altri» fa scoprire le molte sfaccettature di sé riflesse negli altri e dagli altri. La coesione di gruppo rafforza silenziosamente ogni componente del gruppo e rende le altre persone significative.

È evidente, poi, come il gruppo attivi processi psichici e dimensioni della soggettività non sovrapponibili a quelli messi in movimento nel lavoro terapeutico individuale. Il singolo, nel gruppo, «partecipa a un laboratorio sulle relazioni interpersonali» (Swiller 2009). Lavorando con i gruppi ci si rende conto, infatti, delle grandi potenzialità, in termini di creatività e fiducia, che il funzionamento gruppale può attivare e infondere in tutti coloro che partecipano a tale esperienza relazionale con «più altri». Inoltre il gruppo costruisce «un proprio apparato psichico», articolabile ma non certo riconducibile alla semplice somma dei diversi apparati psichici, e caratterizza una «realtà psichica inconscia propria degli insiemi plurisoggettivi» (Kaës 2007).

L’esperienza di gruppo favorisce lo sviluppo delle libere associazioni, funzionamento della mente essenziale e germinativo della vita psichica. Anche i sistemi percettivi sono attivati, diversamente da quanto accade con il dispositivo del divano. La vista degli altri, le innumerevoli immagini sollecitate dalle protratte esposizioni percettive alle espressioni del corpo e del volto degli altri componenti favoriscono il lavoro di raffigurazione e rappresentazione. Si apre così la strada al lavoro onirico, alla costruzione e al racconto dei propri sogni.

Un’ulteriore caratteristica del lavoro psicoanalitico in gruppo e con i gruppi è quella di facilitare la discussione sul senso di quell’esperienza condivisa, sui suoi obiettivi; si può appartenere e si può, al contempo, essere spettatori. La possibilità di mettere in parole i propri vissuti si appoggia sulle espressioni verbali degli altri componenti del gruppo.

Negli anni le teorie psicoanalitiche di gruppo si sono arricchite a partire dai concetti formulati da Freud di «psiche di massa» (Freud 1912), di individuo «assoggettato a una catena di cui è un anello, un beneficiario, un servitore e un erede» (1914), di una psicologia individuale che è «al tempo stesso, fin dall’inizio psicologia sociale» (1921). Così sono stati sviluppati i modelli di rete formulati da Foulkes, gli assunti di base di Bion e i più recenti concetti di «intersoggettività» e di «interdiscorsività» formulati da Kaës (1999; 2007). In estrema sintesi: «Le ricerche contemporanee s’interessano soprattutto di individuare le diverse modalità di articolazione dello spazio psichico del gruppo con quello delle persone che ne fanno parte» (Neri 1999).

Il gruppo apre, dunque, al sociale, alle tendenze culturali, alle pressioni ambientali e a tutto ciò che influenza il soggetto nella sua quotidianità. Evocativi sono, a tale proposito, «gli studi portati avanti nel campo delle neuroscienze sociali» (Monniello e Quadrana, 2010). Infatti e stato evidenziato come i neuroni siano, per loro natura, sociali. Essi rifuggono l’isolamento e dipendono per la sopravvivenza dai loro vicini. Se non si scambiano costantemente messaggi reciproci, i neuroni, letteralmente, avvizziscono, muoiono. Le molteplici funzioni del sistema nervoso si svolgono grazie al collegamento dei singoli neuroni in reti neurali che a loro volta si connettono con altre reti neurali. Tutto ciò rende «possibile l’evoluzione e lo sviluppo delle abilità, capacità e funzioni astratte sempre più complesse» (ibidem p. 33).

L’attenzione alla psicologia di gruppo, alla gruppalità psichica e agli apporti che l’approccio psicoanalitico dei gruppi può fornire alla cura dei pazienti, non solo adolescenti, è altamente auspicabile. In particolare è la nostra cultura istituzionale ad aver un enorme bisogno di tali specifiche competenze, competenze che la formazione individuale degli psicoterapeuti e degli psicoanalisti spesso prevede ancora solo marginalmente.

Bibliografia

EVANS J. (1998). Psicoterapia analitica di gruppo per adolescenti. Tr. it., Roma: Borla, 2001.

FREUD S. (1912-13). Totem e tabù. OSF, Vol. 7. Torino: Boringhieri, 1975. FREUD S. (1914). Introduzione al narcisismo. OSF, Vol. 7. Torino: Boringhieri, 1975.

FREUD S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF, Vol. 9. Torino: Boringhieri, 1978.

KAËS R. (1999). Le teorie psicoanalitiche del gruppo. Tr. it., Roma: Borla, 1999.

KAËS R. (2007). Un singolare plurale. Tr. it., Roma: Borla, 2007.

MONNIELLO G. (2001), Presentazione all’edizione italiana. In: Psicoterapia anali- tica di gruppo per adolescenti (1998), di J. Evans. Roma: Borla, 2001, 7-17.

MONNIELLO G., QUADRANA L. (2010). Neuroscienze e mente adolescente. Roma: Edizioni Magi.

NERI C. (1999). Presentazione all’edizione italiana. In: Le teorie psicoanalitiche del gruppo (1999), di R. Kaës. Tr. it., Roma: Borla, 1999.

SWILLER H.I. (2009). Terapia psicodinamica di gruppo. In: Psicoterapie, a cura di G. Gabbard. Milano: Cortina, 2010, 689-705.

Anno 2010 N.1 - L'adolescente

L'ADOLESCENTE DI ARNALDO NOVELLETTO

Gianluigi Monniello

Questo primo numero del 2010 di AeP è ampiamente dedicato, a cominciare dal suo titolo, al libro L’adolescente. Una prospettiva psicoanalitica, che «raccoglie molti dei lavori scritti da Arnaldo Novelletto nel corso degli ultimi trent’anni della sua vita» (Novelletto, 2009, p. 9). Il volume è il risultato dell’opera di raccolta e ritrovamento di testi, alcuni dei quali inediti, curato da un gruppo di Collaboratori che, per molti anni, hanno accompagnato l’Autore nel suo personale viaggio clinico e teorico intorno alla mente adolescente.

L’auspicio dei Curatori è che possa essere un libro nuovo, proprio in un’epoca in cui la psicoanalisi dell’adolescenza rappresenta un’area di ricerca, di stimolo, di rivisitazione e d’innovazione all’interno del corpus psicoanalitico. In realtà i lavori che lo compongono coprono un intervallo di 26 anni; precisamente dal 1980, Comunicazioni inconsce tra pazienti diversi di uno stesso analista, al 2006 Giovani adulti: una definizione da cambiare? Al singolo lettore auguriamo il piacere di scoprire, nel corso della sua lettura, la coerenza e l’attualità del pensiero dell’Autore.

Il volume è «costruito» dai Curatori a partire dalla «considerazione» delle condizioni necessarie e sufficienti perché possa realizzarsi l’incontro clinico con l’adolescente. Rendere costruttiva e vitale tale condizione è l’obiettivo principale e l’asse portante dello stile analitico di Novelletto. L’incontro si configura, peraltro, come una sfida, una posta in gioco, perché non è facile incontrare chi, almeno apparentemente, non desidera per niente essere avvicinato, chi, piuttosto e implicitamente, si aspetta di essere cercato o indovinato, chi pretende, per lo più, di ca- varsela da solo, senza aver ancora acquisito la «capacità di essere solo».

L’attenzione è primariamente rivolta al funzionamento psichico dell’adolescente. Quali sono le sue caratteristiche specifiche, quali gli interrogativi e le urgenze interne che s’inscrivono nel corpo pubere, orientano il suo mostrarsi agli occhi dell’altro e agiscono le sue condotte?

Così il primo capitolo Sé, soggetto, soggettivazione propone la ricca teorizzazione che vede nel processo d’insediamento in se stessi dell’adolescente l’espressione più evidente dell’ontogenesi. Il linguaggio di Novelletto, chiaro, puntuale e colto attraversa allora le diverse concettualizzazioni psicoanalitiche che si sono, di volta in volta, appoggiate al concetto di Io, a quello d’identità, a quello di Sé; fino a riconoscere la necessità di considerare, parallelamente, lo sviluppo del soggetto e gli apporti dell’oggetto esterno al suo divenire, cioè l’importanza dell’Altro quale agente prima soggettualizzante quindi soggettivante per lo sviluppo psichico. Il valore della qualità e della presenza sufficientemente adeguata di un referente esterno, in armoniosa consonanza con la messa in moto di specifici processi psichici «auto», sono certamente in primo piano nell’adolescenza, seppure operanti nel corso dell’intero ciclo vitale.

In ultima analisi la funzione soggettualizzante dell’analista dovrebbe operare proprio là dove l’ambiente materno primario non ha svolto a sufficienza la propria parte, o per eccesso o per difetto. La tecnica analitica ottimale risulterebbe allora dalla bilanciata offerta, da parte dell’analista, della funzione soggettualizzante e del lavoro interpretativo.

Novelletto fa intravedere al suo lettore attento come egli, a partire dal riconoscimento di ciò che inizialmente chiama sviluppo del Sé, arriva a descrivere il processo che Cahn (1991), proprio negli stessi anni, chiama di soggettivazione.

Scrive Novelletto:

La soggettivazione si definisce come un lavoro di trasformazione e di appropriazione soggettiva, a partire dalla capacità della mente di informarsi del proprio funzionamento e di rappresentarsi la propria attività rappresentativa. Il processo di soggettivazione è quindi da considerare, nel suo divenire e nel suo risultato, un frutto contemporaneo di invenzione e di riconoscimento (creato/trovato). Se trovato nel processo della cura psicoanalitica, esso si esplica come un trovare/creare a partire da un lavoro identificativo comune e rispettivo tra due partner. Ciò implica quell’area di «gioco» condiviso, quel lavoro di metaforizzazione e di acquisizione di senso che favorisce l’organizzazione del preconscio (2009, pp. 63-64).

Il secondo Capitolo, Il misterioso salto fra diagnosi e terapia, affronta la delicata valutazione dei possibili impedimenti al processo di soggettivazione, presenti nell’adolescente che accetta di essere incontrato.

Si tratta allora di prendere posizione, assumere un punto di vista, formulare delle ipotesi, discuterle con il diretto interessato, così che da quell’incontro possa generarsi una visione di sé, utile all’adolescente. Tutto ciò interrogando il più possibile le idee, i pensieri, le intuizioni, i dubbi intorno a se stesso che l’adolescente ha difficoltà a raccontare ma che comunque sono alla ricerca di un interlocutore interno, immaginario o magari in carne ed ossa.

Forte è in Novelletto la curiosità nei confronti dell’idea che l’adolescente può essersi fatto di se stesso, della sua segreta diagnosi, intorno al suo disagio psichico. Così, a partire dal convincimento che l’adolescente alberghi comunque in sé una propria visione diagnostica riguardo alle ragioni che lo rendono paziente, Novelletto crea le condizioni perché la competenza, l’esperienza e l’assetto analitico dello psicoanalista possano essere messi al servizio di una mente che va alla ricerca dei suoi confini e che cerca, seppure inconsciamente, di usare al meglio il proprio potenziale di crescita. Ecco allora, ad esempio, che il tema del rischio psicotico è affrontato attraverso l’attenta considerazione sia delle condizioni originarie di costituzione delle basi narcisistiche del soggetto, della sua relazione precoce con l’oggetto primario, sia, al contempo, degli effetti in après-coup di tali condizioni che sono drammaticamente intuite e vissute e che perciò vanno alla ricerca di una loro riparazione in forme per lo più disperate e fallimentari tanto a livello intrapsichico che relazionale.

Delineate così le basi per il dialogo fra i due protagonisti, tale dialogo si estende a territori più vasti nel Capitolo Adolescenza e psicoanalisi. Modelli teorici e strategie cliniche. La clinica dell’adolescenza è discussa in queste pagine accanto alle concettualizzazioni teoriche sviluppate da Novelletto. Troviamo così proposto il concetto di fantasia di recupero maturativo, a sostegno di una visione che non rinuncia a dare un senso evolutivo, seppure tragico, anche alle condotte più estreme. In questa fantasia, o condensato di fantasie il soggetto, sulla base di un funzionamento mentale dominato dal pensiero magico-onnipotente e dalla grandiosità del Sé, con l’impiego di atti fortemente carichi di significato simbolico, immagina non soltanto di uscire dalla situazione di blocco, ma anche di colmare rapidamente il ritardo evolutivo del proprio sviluppo psicosessuale o delle istanze o dei meccanismi costitutivi e difensivi che quello sviluppo e quelle istanze contribuivano a tenere bloccati, così da poter raggiungere istantaneamente un ideale punto d’arrivo (pp. 92-92).

Anche la violenza dell’adolescente ha diritto di trovare un ascolto autenticamente psicoanalitico, quando le condizioni per il trattamento analitico possono essere poste, quando cioè il setting è adeguatamente offerto e le sue funzioni contenitive pienamente operanti. Infatti, se per Novelletto l’analisi può essere intesa «come tentativo di recupero di una crescita psichica stentata, interrotta o fuorviata» (p. 185), perché non considerare presente nell’adolescente la speranza di una tale eventualità?

È poi il concetto di trauma in psicoanalisi ad essere attentamente affrontato. Ancora una volta è il metodo psicoanalitico a guidare Novelletto. Il concetto di trauma è prima ascoltato dalla voce dei grandi maestri della psicoanalisi, quindi elaborato e interpretato alla luce delle specificità del funzionamento della mente adolescente, così come incontrata nell’esperienza clinica. È l’elaborazione analitica, il working through a organizzare la scrittura, lo stile comunicativo utilizzato da Novelletto per arrivare al suo lettore. Egli si pone naturalmente nella posizione di chi elabora analiticamente tutto ciò che è presente nell’incontro, nello scambio con l’altro, di chi sa cogliere ogni segnale di crescita potenziale. Tutto ciò lo rende certamente «winnicottiano» anche se, di fronte all’adolescente, il suo convincimento non era solo quello di «sopravvivere» alla «bonaccia» ma, restando nel linguaggio delle immagini, quello di lavorare senza sosta alla manutenzione e alle migliorie della nave, in attesa di riprendere il viaggio.

La visione della psicoanalisi di Novelletto come teoria dello sviluppo è ampiamente delineata in queste pagine, che affrontano anche alcuni grandi argomenti di tecnica psicoanalitica come il transfert, la relazione reale e il controtransfert, la rianalisi durante l’età evolutiva e la conclusione dell’analisi. Infine riguardo alla questione, tante volte sollevata, di una differenza qualitativa fra psicoanalisi e psicoterapia, la convinzione di Novelletto è che sia molto importante «evitare il trabocchetto delle scissioni» (p. 182) e di puntare sul mantenimento di «un’identità analitica autentica» (p. 182), ben sapendo che, in fondo, una psicoterapia corrisponde, per lo psicoanalista, a un’analisi piuttosto complicata.

La necessità di sintonizzarsi con il funzionamento della mente adolescente, inoltre, interroga continuamente la formazione dell’analista, che non solo non può darsi una volta per tutte ma va anche messa in gioco. Ciò che s’intravede è che quindi non si tratta tanto di approfondire, di riscoprire ma, spesso, di scoprire nuove basi sulle quali appoggiare il proprio funzionamento. È chiaro allora che sono proprio le basi narcisistiche del soggetto, le basi narcisistiche dell’analista ad essere continuamente sollecitate, interrogate per arrivare ad offrire il proprio modello di funzionamento all’adolescente, che su tale modello può organizzarsi. Come sappiamo, infatti, così come nella primissima infanzia anche in adolescenza l’oggetto ridiventa fonte di apporti strutturali per il soggetto.

Nel Capitolo L’adolescenza nella psicoanalisi dell’adulto ritroviamo la riflessione attenta dello psicoanalista intorno ai grandi concetti della psicoanalisi, così come possono essere rivisitati alla luce dell’esperienza analitica con pazienti adolescenti. Risulta progressivamente arricchente l’attenzione alle vicissitudini psichiche dell’adolescenza, così come si celano o si esprimono nell’analisi dei pazienti adulti. Il riconoscimento di moti pulsionali, non sufficientemente espressi nel corso dell’adolescenza, si riaffacciano infatti nell’analisi di pazienti adulti, è di grande importanza, perché contiene la speranza di potersi finalmente dispiegare, incontrando un ascolto specifico e comprensivo. Ancora una volta è l’autentica considerazione di tali moti adolescenti nel paziente adulto a far progredire la conoscenza di sé nel paziente e si accresce l’eventualità che si attivino in lui le potenzialità e le spinte evolutive rimaste sopite o mortificate.

Nel Capitolo successivo, Servizi e cure, incontriamo le complesse e talvolta sofferte riflessioni, che lo hanno impegnato per tutto il tempo della sua attività professionale, sul rapporto fra lo psicoanalista e le istituzioni deputate all’assistenza psichiatrica pubblica. L’impegno istituzionale di Novelletto ha radici profonde. La sua attività di organizzatore e di coordinatore di servizi inizia in qualità di consulente per il Ministero di grazia e giustizia all’inizio degli anni Sessanta. Parallelamente il suo impegno universitario lo allena al rapporto con i Colleghi e alla possibilità di far arrivare la psicoanalisi a pazienti non in grado di sostenere le spese di un’analisi. Presso l’Istituto di Neuropsichiatria infantile, fondato da Giovanni Bollea, ha a lungo diretto prima l’Ambulatorio Generale poi il Servizio Adolescenza, offrendo competenza psicoanalitica a bambini, adolescenti e alle loro famiglie. Tutto ciò in periodi nei quali raramente la psicoanalisi usciva dalla stanza d’analisi. L’aristocratica ambizione di far dialogare alta professionalità psicoanalitica e amministratori pubblici ha rappresentato una sfida mai abbandonata, nella quale Novelletto si è impegnato in modo particolarissimo. Di grande interesse su questi temi è proprio il testo Servizi e cure dove teorizza, quale via d’uscita, la possibilità di interpretare i tanti meccanismi che la vita istituzionale chiama ad affrontare, e nei quali è molto facile perdersi e/o bruciarsi, collocandoli nel proprio scenario psichico interno, trasformando cioè i conflitti della vita istituzionale in altrettanti personali conflitti intrapsichici. Tale traduzione permetterebbe di riconoscere appieno «le funzioni tecnico-operative e le funzioni amministrative» (p. 258), così da operare mediazioni fra queste diverse funzioni a livello intrapsichico per poi esportarle all’esterno, allo scopo di migliorare il funzionamento delle istituzioni. L’ipotesi avanzata è che la mente dell’analista contenga sia funzioni tecnico-operative sia funzioni amministrative; ambedue debbono poter essere utilizzate con il paziente e nella vita istituzionale. Si tratta di portare dentro di sé non solo il funzionamento psichico del paziente ma anche le dinamiche della vita istituzionale nell’illusione, tutta winnicottiana, di favorire la crescita e la maturazione individuale e civile.

Infine il Capitolo Il giovane adulto raccoglie le ultime ricerche inedite nelle quali Novelletto si era immerso nell’ultimo periodo della sua vita. Attento alle grandi trasformazioni sociali, attento non solo all’economia psichica ma anche a quella del mondo circostante, aveva iniziato a riconoscere nel giovane adulto, o come preferiva definirlo nel preadulto, un soggetto particolarmente indicato per essere un buon fruitore di psicoanalisi. Il giovane adulto diventa, infatti, colui che, confrontato con il suo disagio interiore e con poste in gioco non più procrastinabili, può attingere pienamente alle competenze e alla formazione profonda dello psicoanalista.

Ancora una volta l’attenzione allo sviluppo del soggetto è al centro della ricerca di Novelletto. È questa la strada maestra che ha indicato, percorrendola con coerenza, impegno e sulla quale ha collocato e fatto avanzare la sua identità di psicoanalista. Questa identità non è mai venuta meno nel suo impegno di professionista della salute mentale così come le sue curiosità intellettuali, la sua profonda conoscenza metapsicologica, la sua frequentazione della grave sofferenza psichica.

Quale il contributo di Arnaldo Novelletto al futuro della psicoanalisi espresso in questo libro?

Certamente la centralità dell’evento puberale e l’integrazione del corpo sessuato hanno rappresentato un organizzatore del suo pensiero clinico, spesso in primo piano anche nelle sue discussioni e nelle sue supervisioni. Tra l’altro, con piacere ricordo come la sua sottile curiosità lo portasse a immaginare vissuti e ambientazioni dei pazienti e a tratteggiare scene modello o metafore utili perché il pensiero potesse riprendere a funzionare e a rappresentarsi.

Certamente Novelletto, ben riconoscendo l’inesauribilità dell’infantile, ha comunque in ogni occasione sostenuto, con paziente e ragionevole forza, quanto la discontinuità imposta dal pubertario offrisse uno straordinario appoggio alla vita psichica. L’adolescente, infatti, è altamente in contatto con i tempi delle sue origini e ha, al contempo, l’opportunità di sentirsi partecipe della costruzione di sé, del suo essere così come è.

Se per molto tempo l’arcaico è stato considerato come qualcosa che andava pazientemente addomesticato sotto l’egida della triangolazione edipica, a mio modo di vedere soprattutto per il timore che la sua frequentazione psichica, da parte dell’analista, finisse per giustificare rischiose ricadute sulla costruzione del setting e sulla tecnica psicoanalitica, mi sembra che ora sia possibile riconsiderare tale questione sotto altra luce. Solo a partire da un certo grado di stabilità delle proprie basi narcisistiche, del proprio funzionamento soggettuale, condizioni dello psichismo che vanno pertanto esplorate e restaurate a fondo grazie all’apporto soggettualizzante dell’analista, tanto da configurarsi come una «terza topica» (Cahn, 2010, pp. 16-32), il soggetto può guardare e analizzare il proprio accadere psichico, sostenere la conflittualità interna e apprendere dall’esperienza.

L’attenzione clinica al funzionamento psichico dell’adolescenza, grande apporto e prezioso lascito di Arnaldo Novelletto, fornisce straordinarie opportunità per raccogliere i complessi viaggi del transfert. Tutto ciò che doveva accadere e che, non essendo sufficientemente accaduto, continua ad andare alla ricerca di soluzioni intrapsichiche e relazionali, ha l’occasione di essere rivisitato e di essere scoperto per la prima volta grazie, in special modo, al funzionamento adolescente della mente, anch’esso come quello infantile, inesauribile.

Bibliografia

CAHN R. (1991). Adolescenza e follia. Roma: Edizioni Borla, 1994.

CAHN R. (2010). Una terza topica per l’adolescenza? AeP Adolescenza e Psicoanalisi, V, 1, 16-32.

NOVELLETTO A. (2009). L’adolescente. Una prospettiva psicoanalitica. Roma: Astrolabio.

Anno 2009 N.2 - Genitori

DIVENTARE GENITORE

Gianluigi Monniello

La genitorialità, comprensiva di maternità e paternità, costituisce un insieme di processi, in gran parte inconsci, i cui derivati trovano la loro espressione nei comportamenti impliciti ed espliciti dei genitori. Tali comportamenti tradiscono l’esperienza fantasmatica e agita di soggetti adulti confrontati ai loro figli, ai loro discorsi, al loro modo di essere e di funzionare. Il desiderio di avere un figlio, la sua realizzazione, gli scambi e le soggettivazioni che quotidianamente si producono con lui e grazie a lui costruiscono il diventare genitore. Tale processo prosegue per tutta la vita ma attraversa condizioni di alta criticità quando il figlio incontra la pubertà. Il tema che intendo sviluppare in queste note riguarda l’evoluzione dei processi di genitorialità allorquando il figlio o la figlia incontrano l’evento puberale, quando cioè il pubertario (Gutton 1991) si avvia. Può essere utile, a questo scopo, pensare all’insieme familiare come a un’unità culturale, immaginaria e simbolica, ora impegnata in una metamorfosi obbligata. Senza dubbio l’accesso alla condizione di essere genitori di un adolescente espone a possibili crisi interiori, per lo più silenziose dal punto di vista clinico, ma non per questo da sottovalutare.

È perciò utile distinguere la condizione di essere genitori, avere cioè un rapporto di parentela, dal vivere la genitorialità (parenthood), processo psichico di costruzione e di ricostruzione che si sviluppa nel corso dell’intera vita. La genitorialità per costruirsi pienamente nelle sue funzioni necessita della presenza di almeno due protagonisti e dei processi di terziari (Green 1972) che li mettono in rapporto. Da un lato il genitore deve essere nella posizione di accettare di dare, di trasmettere qualche cosa che vada oltre il saper fare o il saper pensare, includendo il saper essere e il saper vivere. Dall’altro tali aspetti del proprio sapere non possono essere trasmessi se non è operante una forma di alleanza, in gran parte inconscia, in colui al quale la trasmissione è indirizzata, in forma diretta o indiretta. L’alleanza si manifesta attraverso la recettività e il riconoscimento, da parte del figlio, della preoccupazione e dell’autorità genitoriali, senza che esse arrivino a minacciare il suo narcisismo.

A tale proposito segnalo come sia possibile osservare alcune persone che sono dei buoni nonni senza, peraltro, essere riusciti a fare i genitori. Così se la genitorialità può apparire come un dato primario della coscienza, non lo è affatto per quanto riguarda l’inconscio. Come scrive Gutton: «Diventare genitore comporta la necessità implicita di un lavoro su di sé a frequenza quotidiana... [...] Riconosciamo la difficoltà di questa impresa ordinaria» (Gutton 2006).

Le figure genitoriali vanno incontro alle seguenti sollecitazioni: proprio perché eredi dell’infantile, portatrici di continuità rassicurante (qualità dei legami) e conservatrice, fonti di appoggio all’Io, rappresentanti del Super-io (soprattutto ad opera del loro stesso Super-io) sono profondamente messe in discussione dall’adolescente; d’altra parte proprio perché impegnate nella vita attuale e quindi nella discontinuità della storia nuovamente in gioco del figlio adolescente, devono, al contempo, fornire appoggio alle nuove elaborazioni narcisistiche e oggettuali pubertarie, alle nuove riorganizzazioni superegoiche e ideali.

L’adolescenza dei figli interroga profondamente l’equilibrio psichico dei genitori, sappiamo come Winnicott abbia affrontato la questione. A suo modo di vedere, il compito dei genitori dell’adolescente sarebbe primariamente quello di accogliere gli attacchi e di sopravvivere. La sopravvivenza, infatti, garantisce la loro piena distruzione in fantasia nel mondo interno dei figli adolescenti. Per questa via essi arriverebbero a far uso degli oggetti genitoriali riconoscendoli anche in quanto persone adulte reali, senza sentirsi ad ogni piè sospinto, pervasi da sensi di colpa per i propri moti distruttivi e minacciati da ritorsioni.

Tale indicazione di fondo non va però presa semplicemente alla lettera ma acquista valore se la suddetta sopravvivenza si sostanzia, nel genitore, nel riconoscimento della naturale rimessa in gioco della propria adolescenza e dei limiti eventuali della sua elaborazione, nella capacità di favorire e accompagnare il processo di crescita psichica della nuova generazione fino ad accogliere i segnali di un possibile superamento con orgoglio di genitore e non solo come ferita inferta all’amor proprio. Il complesso edipico deve potersi dispiegare come grande organizzatore della vita psichica e non cristallizzarsi in una conflittualità interminabile.

Scrive bonariamente Ogden (2009):

Dio, nella sua infinita sapienza, ha creato l’adolescenza. Nessuno potrebbe sopportare il pensiero di separarsi da quelle care anime che sono i nostri bambini quando hanno 6 anni (specialmente quando li guardiamo dormire). Ma, fortunatamente, divengono lunatici a 12 o 13 anni, e, quando arrivano a 16, cominciamo a contare i giorni che mancano prima che lascino casa. Se non fosse per l’adolescenza, non li lasceremmo mai andare. In questo senso noi uccidiamo i nostri figli adolescenti, contribuiamo a far terminare la loro vita in quanto figli, e, così facendo, li aiutiamo a crescere (p. 89).

Come si è soliti affermare l’essere genitori comporta l’assunzione di una profonda responsabilità. L’importanza dei genitori nella vita dei figli e gli effetti dell’amore primario per loro da parte dei figli sono drammaticamente espressi da uno scrittore, Pascal Mercier (2004), che in Treno di notte per Lisbona scrive:

Tremo al solo pensarci davanti alla non pianificata, ignorata, ma ineludibile e inarrestabile violenza con cui i genitori lasciano nei propri figli tracce che, come un marchio infuocato, non potranno mai più cancellarsi. Con uno stilo rovente i tratti del volere e del timore parentali si inscrivono nell’anima dei piccoli, totalmente inermi e ignari di quanto succede loro. Impieghiamo un’intera vita a trovare e a decifrare il testo inciso con il fuoco e non siamo mai sicuri di averlo compreso (p. 275).

Può essere allora interessante riconoscere come il termine responsabilità contenga sia l’idea di risposta che quella di abilità. A tale proposito Boubli e Efrat-Boubli (2006) sviluppano il concetto respons-ability, intesa come capacità di risposta molto primitiva sia alla sollecitazione intrapsichica sia a quella dell’altro, capacità che si organizza, in seguito, in responsabilità verso se stesso e verso l’altro. La capacità di rispondere adeguatamente alle attese della madre può osservarsi in bambini anche molto piccoli; ma l’adeguamento della risposta può svolgersi, talvolta, a scapito del bambino, che può farsi poco attento ai propri bisogni. Così alcuni figli sviluppano forme di ipermaturità svolgendo funzioni antidepressive, in particolare nei confronti delle proprie madri, attitudini che certo non facilitano il loro sviluppo affettivo ma la tendenza ad assumere stabilmente la posizione del genitore. Tutto ciò per sottolineare come il processo di genitorialità includa la respons-ability, cioè la capacità di rispondere e di essere autorevoli senza seduzione. Così trovare la giusta vicinanza al corpo del bambino, trarre piacere nel modulare il proprio ritmo in funzione del suo, implicano la capacità di mobilizzare la propria pulsionalità desessualizzando il legame con il proprio figlio, e l’attitudine a dispiegare una «corrente tenera» (Freud 1912), permettendo di parlare il linguaggio della tenerezza e della ricerca di sicurezza. Sono queste le condizioni che attestano le prime profonde difficoltà alla genitorialità. Esse avranno conseguenze più drammatiche quando il figlio diventa pubere ed è confrontato con la necessaria e ineludibile appropriazione di sé e del proprio corpo sessuato.

Il tema dell’autorità costituisce un altro dei punti di snodo della riflessione attuale intorno ai rapporti fra genitori e figli adolescenti. Quanto è in primo piano, in molti scambi, è proprio la tendenza dei genitori a ricercare argomentazioni per convincere i loro figli intorno alle loro decisioni. I genitori tendono cioè a spiegare le ragioni, il senso e il valore delle loro prese di posizione o dei loro divieti proposti ai figli. L’aspettativa di tali genitori è quella di convincere il figlio della giustezza di quelle loro decisioni. Il risultato è la salvaguardia di accordo e vicinanza e la continua giustificazione del proprio operato realizza una forma di seduzione con potenzialità incestuose. In questo caso l’adolescente sente confusamente che i propri genitori non sono in grado di offrirsi a lui come argini alla sua angoscia né di sopravvivere ai suoi attacchi. Tutto ciò lo porta a sentirsi confuso e rabbioso. Queste dinamiche hanno indotto alcuni a riconsiderare il valore di un’autorità non continuamente negoziata ma talvolta esercitata sull’adolescente, quando quest’ultimo lascia deperire la propria alterità o attacca quella degli altri. Non tutto va condiviso e negoziato, una certa distanza motiva curiosità e desiderio. Ma anche in questi casi non si tratta tanto di esercitare tout court l’autorità quanto piuttosto di fare atto di presenza, interdire ma fornire, al contempo, modelli e appoggio alla costruzione di sé del figlio, attraverso un esercizio dell’autorità impegnato e rispettoso dell’alterità.

D’altra parte l’adolescente non smette di interrogare a fondo i genitori per scoprire se l’averlo fatto nascere sia ancora soprattutto l’espressione del loro bisogno di essere riforniti affettivamente, «avremo qualcuno che si occuperà di noi», o di impossessamento «avremo qualcuno che dipenderà da noi» oppure, grazie alla sua presenza, essi sono ora adulti capaci di manifestare piacere per la loro condizione di madre o di padre.

Bibliografia

BOUBLI M., EFRAT-BOUBLI B. (2006). La parentalité: un processus, hors con- fusion des langues, favorisant la croissance psychique. Adolescence, 24, 1, 55-67.

FREUD S. (1912). Secondo contributo. Sulla più comune degradazione della vita amorosa. In: Contributi alla psicologia della vita amorosa. OSF, Vol. 6. Torino: Boringhieri, 1974.

GREEN A. (1972). Note sui processi terziari. In: Propedeutica. Roma: Borla, 2001.

GUTTON P. (1991). Le pubertaire. Paris: PUF.
GUTTON P. (2006). Parentalité. Adolescence, 24, 1, 9-32.
MERCIER P. (2004). Treno di notte per Lisbona. Milano: Mondadori, 2006. OGDEN T.H. (2009). Riscoprire la psicoanalisi. Milano: CIS Editore, 2009.

Anno 2009 N.1 - Il corpo

FIGURE DEL CORPO

Gianluigi Monniello

Quale la storia del corpo in psicoanalisi?

In una lettera a Ferenczi, Freud (2 ottobre 1912) scrive: «Sono stato colpito dall’influenza che qui imperversa, ma che ha potuto danneggiare solo l’involucro esterno del povero Konrad». Freud chiama il suo corpo con un nome proprio, come se si trattasse di un compagno di viaggio, talvolta molto pesante, ma da tollerare quasi con distacco. È possibile ipotizzare che questa posizione interna lo abbia aiutato a sostenere, con stoicismo, le circa trentatré operazioni a seguito della sua leuplasia alla mascella.

Tale linguaggio mi ha evocato il «lui», interlocutore più genitalizzato, con cui dialoga il personaggio di Moravia, Federico, intellettuale velleitario, nel romanzo Io e lui (1971). Certamente il silenzioso dialogo interiore con il proprio corpo vive in diverse forme e costruisce diverse figure del corpo in ogni persona e nelle diverse epoche della vita.

Immaginiamo che un bambino pianga nella notte e che la madre non riesca in nessun modo a consolarlo. La mamma è angosciata, disperata e impotente. Il bambino continua a piangere fino a quando, esausto, si addormenta. In fondo è stato soprattutto lo sfinimento fisico ad acquietarlo, piuttosto che l’apporto relazionale della madre o la sua capacità di rêverie.

Penso che questo esempio possa aiutarci a riflettere e a costruire risposte progressivamente più adeguate alle molteplici soluzioni di sfinimento che, dolorosamente, tanti adolescenti ricercano con determinazione per arginare la loro sofferenza psichica.

La via della somatizzazione è un processo naturale di smaltimento degli stimoli percettivi ed emotivi. Tale processo può fallire quando è chiamato a sostituire quasi in toto il necessario lavoro psichico. La soluzione che passa in forma troppo diretta attraverso il corpo e il suo funzionamento è particolarmente operante quando non è possibile attingere all’appoggio ambientale esterno, per carenze ambientali o per sovraccarico traumatico. Tutto ciò può essere in gioco in epoche precoci dello sviluppo ma anche nelle altre epoche della vita.

Quando il corpo lavora al posto della psiche quale è il prezzo che paga l’unità psiche/soma?

Il corpo registra e cerca di tradurre nel suo linguaggio tutte le comunicazioni, i messaggi che gli vengono rivolti dall’esterno e dall’interno. Non va perciò dimenticata la questione dell’inconscio nel corpo. Del resto arrivare a prendersi cura del proprio corpo, ascoltarlo e decifrarlo quando invia messaggi di malessere è un lungo e complesso impegno per chiunque, peraltro interminabile.

Il pensiero freudiano ci ha insegnato che un’energia sessuale, denominata libido, prende per così dire corpo concentrandosi in determinate zone o regioni somatiche di volta in volta particolarmente eccitabili e reattive: le cosiddette zone erogene. Questo modello si è notevolmente approfondito e si è fatto più complesso sulla scia della ricerca psicoanalitica sui processi precoci relazionali e di sviluppo. D’altra parte già Agostino (470), parlando della propria madre, la chiama «la madre della mia carne». Penso che questa espressione esprima, in modo straordinario, molti dei contenuti dell’attuale pensiero psicoanalitico.

Potremmo dire che l’ombra dell’oggetto cade sull’Io-corpo e si incarna in lui, senza una vera e propria metabolizzazione, quando qualche impedimento si interpone ad un dialogo sufficientemente buono fra bambino e ambiente di accudimento. Così Anzieu (1985) scrive:

Il mio interesse è rivolto al corpo inteso come una dimensione vitale della realtà umana, come dato globale presessuale e irriducibile, come quello sul quale le funzioni psichiche trovano tutte il loro appoggio.

Ciò che andava studiato era, per Anzieu, il ruolo della deprivazione materna nel fallimento della costruzione di un’immagine del corpo sicura, nel corso della prima infanzia. Sul tema ritorna con grande chiarezza Egle Laufer (2005), che scrive:

Ho voluto utilizzare il concetto di corpo come oggetto interno in quanto rappresentazione della relazione affettiva al corpo che deriva dalla re- lazione madre-bambino provata soggettivamente, in altre parole, il corpo erotico; diventa così possibile differenziare questo concetto da quello dell’immagine del corpo, pur stabilendo un legame fra i due.

Ma quali possono essere allora le figure del corpo in adolescenza?

La centralità del corpo sessuato è ovviamente in primo piano, a par- tire da Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) di Freud. Il complesso lavoro della sua integrazione nello psichismo, nel tempo che segue l’avvento della pubertà, definisce la specificità della psicoanalisi dell’adolescenza. Innanzitutto il confronto con la dimensione orgasmica della sessualità sconvolge il linguaggio della sessualità perversa polimorfa infantile e pone la questione dell’identità sessuale e della complementarietà dei sessi. Il tema del corpo sessuato rappresenta il punto di repere della psicoanalisi dell’adolescenza. La sua integrazione nella vita psichica costituisce il lavoro del pubertario, che non può essere condotto in economia, salvo sacrificare la salute mentale. Haynal (2006) riferisce che:

Nella storia della psicoanalisi c’è in Francia una tradizione orale che sostiene che ancora negli anni Cinquanta Maurice Bouvet (SPP) usava fare la visita medica, proprio Bouvet che a quel tempo era considerato il prototipo e l’esempio del perfetto analista, una specie di santo laico che rappresentava la perfezione analitica, come molti dei pionieri della psicoanalisi».

Quanto sarebbe utile tale attenzione al corpo in certi trattamenti di pazienti adolescenti? Come facilitare il riconoscimento delle diverse parti del proprio corpo e come andare incontro ai dubbi sulle caratteristiche dei propri genitali?

La riflessione sul corpo in adolescenza interroga su quanto la sofferenza psichica possa trovare una espressione attraverso il corpo sofferente e quanto la possibilità di una seconda occasione di rimaneggiamento psichico possa appoggiarsi sulle trasformazioni della pubertà.

Si può passare dal corpo valorizzato, al corpo feticizzato, fino ad arrivare al diniego del corpo. Così, ad esempio, negli adolescenti autolesionisti, è il corpo in quanto carne ad essere chiamato in causa, quale appoggio per segnalare, attraverso tutti i canali sensoriali e percettivi, l’esistenza della vita psichica. Per questo il corpo è esplorato a fondo, vivisezionato. Come ho ricordato, nel vivo della carne e nel calore e colore del proprio sangue si ricerca ciò che dell’Altro, del caregiver, è stato incarnato, al tempo delle origini, in intense e viscerali relazioni precoci. Tale china autodistruttiva, attivamente imboccata per scongiurare vissuti intollerabili di passivazione, sembra essere quella di costruirsi il sicuro convincimento di poter almeno disporre, onnipotentemente, del proprio corpo. Ritengo che la sintomatologia adolescente delle condotte a rischio e autolesive tradisca, per difetto, un’esigenza di organizzazione simbolica della relazione d’oggetto, della relazione sociale e della relazione con il mondo nel suo complesso. In sintesi, il necessario abbandono dell’identità infantile non sfocia in questi casi nella ristrutturazione adulta: la frattura, il taglio tra infanzia e pubertà non si compie. Il rito iniziatico imposto dal mondo degli adulti, che dovrebbe sostenere il valore simbolico del taglio necessario, impedito e degradato, vissuto in proprio in assenza di apporti libidici altrui, ripiega sul corpo, attraverso gli automatismi di un narcisismo depauperato.

Parlando con questi adolescenti riscontriamo modelli autoesplicativi che si collocano all’interno di un ventaglio che va dall’autoregolazione interna all’autopunizione, dal bisogno di sentirsi vivi alla necessità di esprimersi all’esterno. Si passa cioè dalla conversione nel linguaggio del corpo delle fantasie edipiche e incestuose (modello dell’isteria), alla ricerca del limite attraverso l’attività senso-motoria, forse distruttiva ma che argina distruttività peggiori, alla relazione feticistica con il proprio corpo che diventa una cosa, al contempo, animata e desanimata (Kestemberg 1978).

La lesione diventa così il mezzo di sopravvivenza, una vera e propria autochirurgia. L’attentato all’integrità del corpo allontana l’idea di morire. La disperazione emotiva è arginata dalla sofferenza autoinflitta, lo spostamento sulla ferita, sul sangue che fa la sua comparsa, s’impone ai sensi, distoglie e distrae. Le rituali preparazioni all’atto costituiscono comportamenti iterativi che dilatano il tempo e acquietano, calmano. Sono brevi momenti di «impossessamento desessualizzato di se stessi», che permettono di apprendere dall’esperienza. L’autolesionista si fa artefice della propria ferita, ne stabilisce i limiti e li controlla, gioca il ruolo di carnefice e di vittima, allontanando l’ombra mortificante della sua condizione di essere assoggettato, colonizzato dall’oggetto. I sentimenti di depersonalizzazione e di derealizzazione sono fronteggiati costruendo una neorealtà corporea personale, prendendosi cura del proprio corpo ferito. Per di più, di tutto ciò si può parlare, le proprie lesioni e tutta la vita attiva che ad esse è legata assumono una funzione comunicativa straordinaria, permettendo di uscire dall’isolamento e dall’anonimato. Al linguaggio delle parole si sostituisce quello delle ferite.

Le condotte autolesive corrispondono così a un doppio rivolgimento della pulsione dall’attività verso la passività e dall’oggetto verso l’Io, suscettibile sia di portare al ritiro e alla regressione sia di favorire un sentimento di interiorità e di soggettualità.

Il lavoro clinico con l’adolescente ci apre quindi anche a un’altra considerazione. In adolescenza si svela come «il corpo, proprio in quanto Io-corporeo, può diventare di grande aiuto come istanza egoica supplementare che raccoglie le identificazioni degli oggetti separati» (De Silvestris 2006). Possono così emergere e sciogliersi le identificazioni corporee che hanno diluito i processi di differenziazione, rendendoli più tollerabili e percorribili. L’adolescente intuisce con chiarezza che ha di fronte a sé la prospettiva di mettersi nel proprio corpo.

Bibliografia

AGOSTINO (470). Le confessioni. Parma: Luigi Battei, 1983.

ANZIEU D. (1985). L’Io-Pelle. Roma: Edizioni Borla, 1987.

DE SILVESTRIS P. (2006). La difficile identità. Roma: Edizioni Borla.

FREUD S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. In: OSF. Vol. 4. Torino: Bo- ringhieri.

FREUD S., FERENCZI S. (1908-1919). Lettere 1908-1919. Voll. 1 e 2, Milano: Raffaello Cortina.

HAYNAL A. (2008). La Storia del Corpo in Psicoanalisi: Freud, Ferenczi e Grod- deck. In: Corpo e Psicoanalisi, a cura di Paolo Cotrufo. Roma: Edizioni Borla.

KESTEMBERG E. (1978). La relation fétichique à l’objet. Revue Française de Psychanalyse, 42, 195-215.

LAUFER M. E. (2005). Le corps comme objet interne. Adolescence, 23, 2, 363- 379.

MORAVIA A. (1971). Io e lui. Torino: Bompiani Editore.

Anno 2008 N.2 - Adolescenze inquiete

ADOLESCENZE INQUIETE

Gianluigi Monniello

L’inquietudine dell’adolescente si snoda su uno stretto crinale: da un lato c’è la ricerca della propria originale singolarità, dall’altro la minaccia di scivolare nella sofferenza psichica. L’inquietudine si inquadra classicamente come «ulteriore sviluppo dell’isterismo d’angoscia» (Fenichel 1947) e quindi rimanda a una condizione di paura dell’angoscia, successiva all’esperienza di averla vissuta. Sullo sfondo di ogni inquietudine c’è quanto è stato da subito sottolineato da Freud, e cioè l’impotenza dell’essere umano (Hilflosigkeit) e l’assoluto bisogno di un aiuto per crescere. Di tanto in tanto, però, l’inquietudine interna può essere placata, acquietarsi grazie alla constatazione di condizioni di stabile inquietudine dell’ambiente esterno, constatazione che alimenta il fisiologico valore difensivo della proiezione.

Proprio per questo il termine acquietamento (apaisement, appeasement) ha una grande rilevanza nella clinica. Si riferisce a una condizione di buon funzionamento dell’apparato psichico, che è all’opera dopo essere stato inondato dal pulsionale o, se si vuole, dalla sofferenza psichica dovuta a stati di angoscia pervasiva. Così per alcuni pazienti l’obiettivo è proprio quello di arrivare a sperimentare a sufficienza, più e più volte, stati di acquietamento, per rappresentare più stabilmente tali condizioni di appropriazione dell’esperienza.

L’adolescente inquieto è quindi soprattutto colui che non riesce a fare l’esperienza di acquietarsi, restando in balìa, passivizzato dall’urgenza pulsionale.

L’immagine dell’adolescente che corre il rischio di cadere evoca naturalmente il tema della caducità, di cui ha poeticamente parlato Freud (1915), durante «una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura». Scrive Freud: «Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che con il sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa» (p. 173). Così l’adolescente inquieto confrontato all’atto e all’esperienza di creazione di sé, a cui la sua adolescenza lo chiama, può ritrovarsi inadeguato, incapace di imboccare il suo percorso di vita e perciò lasciarsi cadere. D’altra parte sappiamo bene come sia necessario l’investimento (libidico e sanamente aggressivo) di un altro o di più altri, presenti nello spazio psichico e nell’ambiente esterno di quell’adolescente, perché la sua adolescenza possa farsi. In particolare, ci sono dei momenti cruciali per la soggettualità dell’adolescente, durante la sua passeggiata sulla via della crescita, nei quali «qualcosa che deve accadere non avviene». Allora, sentendosi precipitare, può rannicchiarsi mortificato o reagire distruttivamente. A questo punto, in quanto adulti, come riuscire ad essere dei referenti adeguati o come accostarsi a chi ha iniziato a cadere o è giunto al fondo della sua caduta e ne sta constatando gli effetti?

Nella grave sofferenza psichica molte sono le vie d’espressione della fragilità delle basi narcisistiche dell’adolescente, che, seppur caoticamente e rabbiosamente, va comunque alla ricerca di un possibile referente adeguato (l’ambiente, l’oggetto esterno). Come predisporsi a dialogare con la profonda inquietudine che, talvolta, permette il contatto con l’altro solo per brevi attimi, attraverso l’intensità di uno sguardo, una tonalità della voce, una libera associazione, una calzante metafora o una fulminea interpretazione?

A tale proposito, più di ogni altro esempio, vale quanto Cournut (1989) ha saputo dire all’adolescente che aveva fatto irruzione, armato di pistola, nel suo servizio psichiatrico: «Ma, attenzione, io non sono suo padre».

Ha senso allora cercare riferimenti teorici più «facilitanti» di altri, che permettano di comprendere e avvicinare tale condizione di precario equilibrio e quali attitudini e inquietudini dell’analista sono in gioco quando taluni adolescenti, disperatamente inquieti, sono raggiunti e «presi al volo»?

Sulla scia di queste riflessioni, in questo numero di AeP abbiamo pensato di focalizzare un aspetto apparentemente limitato, cioè quello del particolare momento di incontro che accende la scintilla fra adolescente e adulto referente. Ovviamente la scintilla è sovradeterminata, ma il fatto di sentir descrivere alcuni momenti significativi d’avvio dell’alleanza terapeutica solleva ricordi della propria esperienza clinica e sostiene il possibile naturale coraggio di fronte a situazioni nelle quali «o si accetta o si rifiuta: questo è tutto» (Lombardo Radice e Monniello 1987).

In fondo possiamo riconoscere che quanto Alchhorn, indiscusso pioniere in questo campo, faceva con intuito e caratteriale buon senso con i suoi giovani traviati possa, ora, essere messo in gioco attraverso una naturale ma articolata attività preconscia dell’analista di adolescenti che ha potuto, nel corso della sua formazione specifica, delle sue letture e della sua esperienza clinica metabolizzare quanto alcuni pensatori psicoanalitici hanno negli anni messo in pratica e teorizzato.

A quasi vent’anni dalla sua morte ci fa allora piacere ricordare Marco Lombardo Radice che con il suo impegno di clinico e di studioso ha certamente contribuito ad avviare il processo di articolazione fra il limitato bagaglio teorico di allora e l’avvio del forte sviluppo della psicoanalisi dell’adolescenza che si stava delineando agli inizi degli anni Ottanta.

Baldini ripercorre lo spirito del lavoro di Lombardo Radice, il suo linguaggio di clinico in prima linea di fronte alla dilagante inquietudine dell’adolescente sofferente. Al suo scritto fanno seguito due contributi molto diversi ma ambedue molto affettivi. Il primo, rievocativo della persona, di Lidia Ravera, compagna di strada di Marco e il secondo, psicoanalitico, di Christopher Bollas che, nelle sue frequenti presenze all’Istituto di Neuropsichiatria Infantile, di Marco era diventato, per varie e brillanti affinità, amico.

Gli altri testi, con modalità e stili diversi, riferiscono di incontri e di condizioni necessarie che possono preparare alleanze terapeutiche particolarmente significative, tra analista e adolescente, attraverso cui è stato possibile creare momenti di contatto, scambio, suggestione, tali da costruire il dialogo, laddove era difficile ipotizzarlo.

All’inquietudine vorrei accostare il termine altamente psicoanalitico di investimento. Gli adolescenti hanno bisogno di essere nutriti dall’investimento libidico e aggressivo dell’adulto adeguato alla loro speciale condizione. Le prerogative della vita psichica dell’adolescente possono essere perse ma anche essere riacquistate con eguale facilità e tutto ciò dà particolare enfasi a quelli che, negli studi relativi alle relazioni precoci, sono stati chiamati i momenti di incontro (Stern 2004). Ciò è legato al naturale potenziale dell’adolescente e, al contempo, all’investimento dell’altro sull’importanza che si formi il suo capitale umano. A tale proposito segnalo quanto scrive Odgen (1989, p. 157):

Se la madre è in grado di tollerare in modo soddisfacente il riconoscimento dei propri desideri e delle proprie paure, allora ha anche meno paura degli stati di tensione che si creano nel suo bambino e che sono in procinto di diventare vissuti consapevoli. E quando la madre è capace di tollerare una tensione protratta nel bambino, le è possibile rispondere a un determinato stato di tensione come ad un aspetto dell’essere vivo del bambino.

Penso che tutto ciò abbia anche un enorme valore rispetto alla possibilità di riconoscere all’adolescente i suoi aspetti dell’essere vivo, del suo andare alla ricerca del proprio progetto di crescita. Cahn, nell’intervista (Aubray e Agostini 2008) che pubblichiamo in questo numero, sottolinea una condizione della mente essenziale per chi lavora con gli adolescenti. Egli parla di «potenziale del soggetto» che rappresenta secondo me il fuoco dell’investimento terapeutico. Si tratta di uno stato di amore primario dello psicoanalista per il funzionamento mentale dell’adolescente.

Del resto l’oggetto esterno, lo abbiamo sottolineato in molti modi, diventa nuovamente, dopo i tempi originari delle relazioni precoci, co-artefice delle costruzioni psichiche dell’adolescente, necessarie a rafforzare e consolidare le sue basi narcisistiche, così da arrivare a far sufficientemente bene «uso dell’oggetto» e sviluppare il suo potenziale di crescita. Tutto questo deve essere nuovamente trovato/creato, conosciuto ma non pensato dall’adolescente.

Al contempo, quello che l’adolescenza fa balenare è l’illusione creativa e sublimatoria di esaurire il transfert infantile. Poter cioè giungere a un punto per cui non si trasferiscono più tanto i moti del passato ma si è liberi di conoscere il nuovo, incuriosirsi a quanto ci circonda senza sottostare alla «forma» del transfert. Si tratta di momenti di grande recettiva apertura, veri e propri momenti di innamoramento per il proprio libero funzionamento. D’altra parte non manca mai il rischio di tornare all’illusione antagonista, quella di poter essere catturati dal canto delle sirene, proveniente dall’oggetto primario.

Quali allora le costruzioni psichiche possibili in un’epoca di straordinaria apertura ai transfert da parte dell’adolescente?

L’adolescente richiede che l’altro sia lì saldo ma senza intrudere e sia in grado di offrire spazio, ascolto e attività di pensiero adeguati alla sua particolare condizione che è quella di prendere confidenza con la vita psichica. In fondo la nostra principale funzione terapeutica è quella di mantenere viva la vita immaginativa e di far sognare.

Bibliografia

AUBRAY M., AGOSTINI D. (2008). Interview de Raymond Cahn. Adolescence. 26, 2, 517-535.

COURNUT J., HABER M. (1989). L’adolescent au revolver. Rev. Franç. Psychanal. 52, 6, pp. 1785-1790.

FENICHEL O. (1947). Trattato di psicoanalisi. Roma: Astrolabio, 1951.

FREUD S. (1915). Caducità. In: OSF. Vol. XI. Torino: Boringhieri.

LOMBARDO RADICE M., MONNIELLO G. (1987). È proprio utile usare il concetto di trattabilità? Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. 54, 4, 417-423.

OGDEN T. (1989). Il limite primigenio dell’esperienza. Roma: Astrolabio, 1992. STERN D. (2004). Il momento presente. Milano: Cortina, 2005.

Anno 2008 N.1 - Romanzo adolescente

ADOLESCENZA ROMANZATA

Gianluigi Monniello

Questo numero di AeP Adolescenza e Psicoanalisi, Romanzo adolescente, evoca il lungo percorso che, passando per le successive trasformazioni del romanzo familiare dell’infanzia (Freud 1908), porta all’emancipazione «dall’autorità dei genitori» e a scrivere la propria storia personale. L’adolescente è chiamato a raccontarsi e a legare gli eventi che lo hanno portato ad essere quello che sta diventando. Molto spesso, però, per l’adolescente è difficile trasformare le esperienze che sta vivendo in eventi psichici, quindi suscettibili di essere rappresentati, ricordati e infine rimossi. La mente dell’adolescente sembra resistente in modo quasi fisiologico «a costruire» l’evento personale. L’esperienza percettiva domina in lui e tende facilmente a tradursi in comportamenti agiti, in ragione dei tempi più o meno dilatati dei suoi processi di soggettualizzazione e soggettivazione in corso (Cahn 2007).

La capacità o meno di considerare l’evento mentale mi sembra cen- trale quando si osserva il funzionamento psichico dell’adolescente (Monniello 2008), così come nel lavoro onirico è centrale «la considerazione della raffigurabilità» (Freud 1900) che permette di costruire le immagini del sogno.

Spesso l’adolescente cade dalle nuvole se gli si chiede di parlare di sé, di presentarsi e di descrivere le proprie caratteristiche. Certamente il mettersi in proprio, disporre di proprie documentazioni d’identità è un punto d’arrivo evolutivo.

Poter poi raccontare una successione di eventi personali come caratterizzanti la propria storia, scoprire le radici, i riferimenti identificatori, i gruppi d’appartenenza, le proprie fantasie o prospettive per il futuro implica la presenza di basi narcisistiche sufficientemente buone per avventurarsi nell’incontro con l’alterità. D’altra parte, poter essere personaggio di un racconto o di un romanzo quale allenamento ad essere più stabilmente persona è esperienza di immedesimazione ed empatia alla vita dell’altro.

Gli interessi per la letteratura di Freud erano ricchi e vari. Egli era affascinato dalla relazione fra arte e fantasia, dall’impatto della vita dell’autore sul lavoro letterario e in particolare dalla relazione dell’autore con i suoi personaggi (Berman 2005). Ne Il motivo della scelta degli scrigni (Freud 1913), ha esplorato i temi letterari con la speranza di comprendere gli strati più profondi della realtà umana, ben consapevole clinicamente che a un certo punto «ci dobbiamo fermare, altrimenti ci può veramente accadere di scordare che Harnold e la Gradiva sono soltanto creazioni del poeta».

Il romanzo adolescente è strettamente legato al sogno ad occhi aperti che secondo Freud rappresenta la grande base creativa di questa età: «Così anche l’adolescente, quando smette di giocare, abbandona soltanto l’appoggio agli oggetti reali: invece di giocare ora fantastica» (Freud 1907). Il ricorso a invenzioni fantastiche, la fabulazione, può manifestarsi, però, anche come tendenza patologica, più o meno volontaria e cosciente, alla bugia, alla calunnia o alla creazione di favole o personaggi immaginari. Ma la possibilità che tutto ciò si trasformi, invece, in scrittura e si acquieti nella lettura costituisce una via d’uscita espressiva e creativa, che alleggerisce il soggetto da soluzioni mitomaniche o deliri d’immaginazione.

L’idea di questo titolo, Romanzo adolescente, è perciò anche quella di valorizzare lo scrivere degli adolescenti, il loro interesse per questa via di comunicazione con se stessi e con gli altri. Spesso gli adolescenti scrivono in segreto diari, cronache, si contattano attraverso internet, si messaggiano; fermano insomma le loro sensazioni e le fanno confluire in parole che pur non ricercate e soppesate, costituiscono brevi e timide creazioni e allenano alla separazione e al distacco. Nella clinica sappiamo quale utile canale sia lo scritto di un adolescente. La scrittura, infatti, prende il posto lasciato vacante fra la fantasia e la realizzazione, giustificando la particolare produttività degli adolescenti, sempre che realizzazioni precoci di vita e di morte non collassino tale periodo di feconda latenza. Questo aspetto è solo accennato nei lavori di questo numero e mi auguro sia oggetto di prossimi nuovi contributi.

L’interesse è piuttosto rivolto allo scrivere di grandi autori che hanno descritto personaggi adolescenti e parlato per questa via della loro visione dell’adolescenza e dei loro vissuti in quell’epoca della loro vita. Si delinea, così, il profondo e sottile legame fra aspetti infantili e adolescenti dell’autore e la sua vena creativa, la sua potenzialità artistica.

L’adolescenza ben si presta ad essere un tema letterario e molti sono gli eroi adolescenti che percorrono la letteratura. L’elenco sarebbe lunghissimo; lascio al lettore il piacere di compilare il proprio.

Viviamo un momento culturale che vede pubblicati libri di giovanissimi scrittori che descrivono la loro vita adolescente; molti noti scrittori spesso rievocano la loro adolescenza in autobiografie o ricordi.

Il tempo dell’adolescenza, tra le altre cose, avvia il processo di purificazione dell’ideale e penso che proprio intorno a questa dinamica psichica le pulsioni trovino il loro progressivo riconoscimento.

La costante articolazione fra accettazione delle pulsioni e purificazione dell’ideale costituisce la tela di fondo dei processi creativi e sublimatori, così come la possibile coartazione delle proprie curiosità alla vita interiore e relazionale.

Le esplorazioni psicoanalitiche della letteratura offrono spunti e riflessioni importanti nel lavoro con gli adolescenti. Non si tratta assolutamente di sviluppare delle patografie di autori e personaggi letterari, ma di cogliere figurazioni e metafore che possono fungere da appoggio al lavoro di legame che impegna la mente adolescente. Si costruiscono così, attraverso meccanismi di identificazione e spostamento, dei compagni di viaggio, dei referenti immaginari che possono essere presi come personaggi, essere recitati e rappresentati nella vita reale, fino al consolidamento della propria soggettività.

Di fronte all’onnipotenza infantile che domina il comportamento adolescente esponendolo a crolli improvvisi e derealizzanti, alle grandi mareggiate dell’infantile, quali migliori bastioni delle pagine scritte e lette della letteratura?

D’altra parte la scoperta e lo sviluppo dell’esperienza estetica, l’accesso al desiderio di creare fioriscono soprattutto in adolescenza.

La «considerazione» dell’estetica e l’investimento di tale esperienza possono configurarsi, nel tempo pubertario, come «doppi o oggetti di appoggio sostitutivi» (Guillaumin 2001) carichi di promesse do sublimazione e favorire così la differenziazione, grazie alla silenziosa presenza «culturale» di altri.

Scrive Nadine Gordimer (2007): «L’adolescenza è il periodo cruciale in cui poeti e romanzieri intervengono nella formazione del senso di sé che si pone in relazione sessuale con gli altri, suggerendo – in modo emozionante e anche spaventoso – che l’ordine di tali relazioni così come è spiegato o sottinteso dall’autorità adulta non è tutta la verità». Si potrebbe allora ipotizzare una vera e propria funzione contenitiva letteraria attraverso testi, personaggi, libri che hanno accompagnato passaggi e trasformazioni nella propria storia personale.

Abbiamo perciò richiesto ad alcuni Colleghi di raccontare quali sono stati i libri più significativi per la loro adolescenza o che, a posteriori, sono stati riconosciuti come fonte d’ispirazione per il loro approccio alla clinica.

Questa via per accostarsi all’adolescenza è inesauribile e, dunque, speriamo in altri prossimi contributi da parte dei nostri lettori.

Bibliografia

BERMAN E. (2005). La letteratura. In: Psicoanalisi. Teoria, clinica, ricerca. Milano: Cortina, 2006.

CAHN R. (2007). Una vita di lavoro con gli adolescenti. Lavoro presentato al Convegno Essere adolescenti oggi. Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti. Milano, 13 maggio 2007.

FREUD S. (1900). L’interpretazione dei sogni. OSF. Vol. 3. Torino: Boringhieri, 1966.

FREUD S. (1907). Il poeta e la fantasia. OSF. Vol. 5. Torino: Boringhieri, 1972. FREUD S. (1908). Il romanzo familiare dei nevrotici. OSF. Vol. 5. Torino: Boringhieri, 1972.

FREUD S. (1913). Il motivo della scelta degli scrigni. OSF. Vol. 7. Torino: Boringhieri, 1975.

GORDIMER N. (2007). Beethoven era per un sedicesimo nero. Milano: Feltrinelli, 2008.

GUILLAUMIN J. (2001). Adolescence et désenchantement. France: L’Esprit du Temps.

MONNIELLO G. (2008). Constructions et analyse de l’adolescent. Lavoro presentato al 68° Congrès des Psychanalystes de langue française. Genève, 1- 4 mai 2008.

Anno 2007 N.2 - Giovane adulto

PSICOANALISI E GIOVANE ADULTO

Gianluigi Monniello

L’idea di riflettere sulla psicoanalisi e sulla psicoterapia di giovani adulti, che peraltro egli preferiva chiamare preadulti, fu avanzata, qualche anno fa, da Novelletto, quando si trattò di definire il tema del VII Convegno Nazionale di Psicoterapia dell’Adolescenza. Guardando alla sua vita professionale e attento alla cultura del tempo, egli aveva l’impressione che: «Sempre più spesso persone comprese nella fascia d’età dai 20-22 ai 38-40 anni vivono una difficoltà di maturazione interna che si riflette nella vita affettiva, lavorativa, sociale» (Novelletto, in corso di stampa).

D’altra parte molti dei pazienti che richiedono e usufruiscono del lavoro psicoanalitico (sedute plurisettimanali, uso del lettino e dell’interpretazione delle resistenze e del transfert) sono compresi in questa fascia d’età. Spesso la loro vita di adulti inizia proprio con l’analisi.

L’attenzione per questo argomento potrebbe anche indicare il soddisfacente livello attualmente raggiunto dalla riflessione teorica nell’ambito della psicoanalisi dell’adolescenza. Agli inizi degli anni Ottanta l’interesse degli psicoanalisti dell’adolescenza era soprattutto focalizzato al primo e al medio adolescente. L’intento era quello di esplorare la possibile specificità della loro vita psichica, pur nella considerazione della pervasività sincronica dell’infantile e dell’atemporalità dell’inconscio. All’epoca la posta in gioco era quella di sostenere l’utilità o meno di una psicoanalisi dell’adolescenza distinta da quella del bambino e da quella dell’adulto. Veniva tra l’altro indicata l’importanza, nella formazione dell’analista, di rivisitare le personali vicissitudini adolescenziali accanto a quelle infantili e la necessità di considerare l’applicazione di parametri di tecnica nei confronti di un paziente ritenuto non in grado di organizzare la nevrosi di transfert, ma di funzionare prevalentemente a livello narcisistico (stabilizzare l’investimento su di sé). Si trattava, allora, di osservare se alcune concettualizzazioni, assunte per lo più nella mente dell’analista, potessero permettere la costruzione della relazione terapeutica, eventualmente facilitare il transfert del breakdown evolutivo sull’analista o il processo di isterizzazione in soggetti molto sofferenti, arresi al loro corpo sessuato e al di qua della nevrosi infantile. Certamente, in questi anni, lo studio dei processi dell’adolescenza ha fornito importanti contributi al lavoro con i pazienti adulti e arricchito la riflessione metapsicologica. Si tratterebbe, in un certo senso, di continuare a seguire i propri pazienti adolescenti mano mano che crescono, e di valutare l’utilità di estendere per qualche altro anno le consolidate competenze dello psicoanalista dell’adolescenza.

Ma è proprio utile caratterizzare un ulteriore periodo di passaggio fra l’infanzia e l’età adulta, dopo la latenza e l’adolescenza? Ha senso dettagliare specifici aspetti, obiettivi evolutivi e compiti formativi in anni che è alquanto opinabile delimitare?

Non si corre il rischio di «precostituire» un arco temporale, che impegna il soggetto (in particolare il suo Io) a elaborare la perdita di immagini di sé, a integrarne di nuove, ad essere cioè esposto al conflitto, a legamenti e slegamenti psichici pericolosi per la continuità del suo essere?

Certamente l’enfasi sui passaggi evolutivi valorizza la funzione organizzante o disorganizzante, per lo psichismo, dei momenti di conflittualizzazione; tale funzione, infatti, è l’espressione dei processi di sviluppo precedenti e rivela la loro eventuale eccessiva incompiutezza.

Molti giovani adulti, dopo un’adolescenza facile, si lamentano di un malessere crescente e di difficoltà di vita impreviste, indicando fino a che punto questo passaggio è suscettibile di risvegliare conflitti importanti. L’iperinvestimento narcisistico dell’adolescenza proteggeva tali soggetti che, confrontati alle esigenze dell’amore e delle costrizioni del lavoro, manifestano una sofferenza acuta.

Una forte caratterizzazione del tempo del giovane adulto potrebbe, ai nostri giorni, risultare persino strumentale, fornendo un traguardo intermedio al tardoadolescente, che vedrebbe così procrastinarsi la necessità di cominciare la sua vita adulta, riconoscendo un’immagine di sé e stabili confini alla sua vita affettiva e lavorativa.

L’osservazione di una difficoltà a cominciare la vita adulta interroga naturalmente sulla possibilità o meno di stabilire la fine dell’adolescenza. Il suo inizio è biologicamente definito dall’evento puberale che impegna nella progressiva simbolizzazione del menarca, dell’eiaculazione e dell’orgasmo. Sappiamo, dunque, che se certamente il corpo manifesta i suoi tempi, l’elaborazione psichica della genitalità ha ritmi diversi ed esiti non immediatamente prevedibili.

Alcuni Autori hanno descritto aspetti del funzionamento psichico che indicherebbero l’ingresso nella vita di adulto. Ritvo (1971) considera indicativi sia il prevalente rivolgimento verso l’ambiente esterno degli investimenti, sia il riconoscimento della dipendenza dal corpo dell’altro, condizione non più presente dopo la primissima infanzia. Il fatto che la soddisfazione dipenda dall’oggetto esterno implica una modificazione della relazione o dell’equilibrio fra il principio di realtà e il principio di piacere. Anche il consolidamento dell’ideale dell’Io, sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, ora in grado di proporre obiettivi realistici e realizzabili, costituisce un indice attendibile. Inoltre, sono significativi l’inserimento sociale e il sentimento di appartenenza alla collettività, in quanto esprimono la condivisione della colpa inconscia di fronte al parricidio compiuto dall’orda primitiva che, come dice Freud, fonda la vita comunitaria (Morvan, Alléon 1995).

Ma soprattutto «la fine dell’adolescenza si annuncia quando il Super io è ben definito nelle sue caratteristiche di autonomia anonima, di contenuto ideologico culturale assimilato e di costanza quasi di immobilità [...]. Pertanto, la maturità potrebbe essere definita come la fine del transfert su di un oggetto parentale (reale o fantasmatico), e come l’incapacità di fare qualsiasi transfert nella vita (fine della capacità amorosa, in particolare) e nella cura. L’adultità è resistenza al transfert e l’adolescens capacità di transfert. Il fatto di intraprendere un’analisi sarebbe legato all’aspetto incompiuto dell’adolescenza» (Gutton 1995).

Il termine giovane adulto è stato utilizzato inizialmente da Blos (1962) che, interessato proprio alla conclusione dell’adolescenza, ha cercato di puntualizzare i possibili indicatori di un percorso di sviluppo sufficientemente riuscito.

Secondo questo Autore il giovane adulto è chiamato a svincolarsi dalle relazioni con gli oggetti d’amore originari, di cui le storie senti- mentali dell’adolescenza ripetono di solito, e talvolta in forma caricaturale, le modalità edipiche; ma anche, al contempo, a intraprendere nuove vie di realizzazione di sé nella vita relazionale e lavorativa.

Senza dubbio il giovane adulto risulta maggiormente pronto, rispetto all’adolescente, alla riflessione sul proprio funzionamento psichico e a richiedere in prima persona un aiuto psicologico; i processi di differenziazione dalle figure genitoriali sono più acquisiti, c’è l’occasione di elaborare maggiormente il rapporto con l’oggetto primario e la presa d’atto della complementarità dei sessi vettorializza la ricerca dell’oggetto d’investimento libidico. L’Io ha recuperato il controllo, dopo il debordamento pulsionale che il pubertario ha a lungo imposto. Anche il rapporto con la temporalità è cambiata: il giovane adulto è meno immerso nella dimensione evolutiva (diacronica) e più consapevole di quella sincronica (strutturale); si stabilizza una condizione nella quale ambedue le dimensioni sono operanti e possono dialogare.

La riflessione sul giovane adulto nasce anche dalla constatazione del profondo e soprattutto rapido cambiamento della classe dei genitori nell’arco degli ultimi trenta, quaranta anni. Ovviamente le differenze generazionali sono sempre tante e significative, soprattutto se osservate ancora dal di dentro, senza lasciare alla storia tutto il tempo necessario per scriversi. Resta il fatto che il modello familiare si è notevolmente modificato, le prospettive di vita enormemente allungate e anche le espressioni della sessualità e della procreazione dispongono ormai di percorsi inimmaginabili fino a pochi decenni fa.

Penso sia allora lecito chiedersi: i giovani adulti di oggi di quali oggetti interni dispongono, quali coloriture può assumere il loro amore di transfert, e quali identificazioni genitoriali contribuiscono alla costituzione del loro Super-io?

Sono in molti a riconoscere come il principio di autorità si sia indebolito, e come ai problemi legati alla colpa si sostituiscano ormai quelli legati alla costruzione dell’identità (Pellizzari 2007). In fondo la patologia narcisistica, espressione della precarietà delle basi narcisistiche, non può che condizionare la funzione organizzativa della conflittualità edipica; essa non può pienamente dispiegarsi, in quanto l’insicurezza narcisistica e la ricerca omofilica sono così dominanti da far assumere all’investimento eterosessuale una dimensione esagerata e trascinare il soggetto al di là di se stesso.

Da parte mia, per riprendere gli interrogativi che ho evocato all’inizio, ritengo che sia euristico prendere atto che l’adolescenza, così come l’infanzia, finiscano veramente, abbiano una loro concreta dissolvenza, per poter, proprio per questo, essere efficacemente riprese, arricchite e risignificate nel corso della vita. Perché ci possa essere la posteriorità, perché l’elaborazione psichica dell’après-coup possa dispiegarsi, è necessario che ci sia un prima e un dopo, una cesura fra due tempi, dove il primo tempo è votato alla dimensione tragica e traumatica, che si appoggia ai messaggi del corpo, mentre il secondo tempo resta dedito all’interminabile ma creativo e soggettivo lavoro di rappresentazione e di simbolizzazione, all’elaborazione psichica.

Non si tratta certo di stabilire se il lutto dell’infanzia sia bene o male elaborato, ma di riconoscere, al di là di questo, se l’Io dell’adulto abbia dovuto tagliare presto e drasticamente con l’infantile, per antichi timori di essere sopraffatto, e quanto si ritrovi ora sofferente, perché impedito nella possibilità di lasciarsi sorprendere dalle sue emergenze. Infatti l’infantile resta lì, nell’inconscio, a caratterizzare la psiche umana; è continuamente elaborato, nel tentativo di essere assunto sotto la propria responsabilità, ma senza pretesa di esaurirlo.

I lavori pubblicati in questo numero di AeP offrono una panoramica sulle caratteristiche del giovane adulto e, pur non configurando trasformazioni psichiche paragonabili a quelle dell’infanzia e dell’adolescenza, evidenziano come, nella clinica, siano riconoscibili aspetti quali la non elaborazione dell’adolescenza, la non gestione dell’infantile e la pervasività di intense fantasie di un’eterna adolescenza. Si delinea un contesto clinico nel quale il metodo e il pensiero psicoanalitico possono lavorare in una condizione di dubbio e di intranquillità, e sia pertanto sufficientemente utile parlare di giovane adulto.

Tutti gli articoli sono stati inizialmente pensati alla luce delle indicazioni e degli stimoli avanzati da Novelletto. Penso che i testi che presentiamo gli sarebbero piaciuti. Avrebbe avuto, certamente, molte cose da puntualizzare e da aggiungere.

Bibliografia

BLOS P. (1962). L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 1980.

GUTTON P. (1995). Entre pubertaire et idéologie, l’adolescent autrement. Ado- lescence, 26, 9-26.

MORVAN O., ALLÉON A.M. (1995). Roc sociologique et maturité. Adolescence, 26, 167-183.

NOVELLETTO A. (2008). Scritti (in corso di pubblicazione).
PELLIZZARI G. (2007). Psicoanalisi degli adolescenti e crisi dell’autorità. Intervento al Convegno Adolescenza liquida, Roma 28 maggio 2007.

RITVO S. (1971). Late adolescence: developmental and clinical considerations. Psychoanal. Study Child, 26, 241-263.

Anno 2007 N.1 - Femminilità

LEGGI TUTTO IL FEMMINILE IN ADOLESCENZA

Marina Sapio Paola Catarci

Questo numero della rivista intende offrire alcuni spunti alla riflessione psicoanalitica sul femminile in adolescenza. Nel corso di questo periodo di sviluppo la scoperta del femminile erotico sconvolge e mette alla prova, sia pur differentemente, entrambi i sessi.

Sono qui raccolti i lavori presentati alla Giornata di studio organizzata a Roma dall’ARPAd, il 9 aprile 2005, sul tema: «L’incontro con il fem- minile in adolescenza». Il primo è di Jacqueline Schaeffer, membro della Société Psychanalityque de Paris e della SPEA (Società Psicoanalitica Europea dell’Infanzia e dell’Adolescenza), che da anni, notoriamente, si dedica al tema del femminile; gli altri lavori sono di Amalia Giuffrida, Bachisio Carau, Marina Sapio, Paola Catarci, Adriana Maltese.

L’articolo di Schaeffer, per il deciso risalto dato alla pulsione sessuale e alla sua spinta costante, al modo in cui l’Io vi si rapporta, è in linea diretta con il pensiero di Freud e, al contempo, ne rappresenta un’originale evoluzione. Le riflessioni esposte consentono di familiarizzare con concetti relativamente poco noti e integrati nella cultura psicoanalitica italiana, quali la rimozione originaria della vagina, la distinzione tra femminile materno e femminile erotico, tra orgasmo e jouissance, e con altri, del tutto originali, quali l’effrattore nutritizio pulsionale e l’amante di jouissance.

L’apporto dell’Autrice alle dinamiche dell’adolescenza consiste nel considerare il «lavoro del femminile», innescato dalla pubertà, non limitato, per entrambi i sessi, alla figurazione, alla rappresentazione e al riconoscimento dell’esistenza e della funzione recettiva della vagina. Esso, infatti, è arricchito dalle esperienze e richiede un lungo percorso elaborativo che travalica l’adolescenza.

Il rifiuto del femminile non costituisce un ostacolo inamovibile e patologico ma diventa per l’Autrice un elemento costitutivo dell’essere femminile, una naturale difesa narcisistica in perenne dialettica con la tendenza opposta a lasciarsi sconvolgere dalla spinta pulsionale sessuale, preludio alla jouissance.

Tale rifiuto, declinato al maschile, faciliterebbe l’adozione di misure difensive, quali atteggiamenti e convinzioni falliche, compromessi di tipo anale, dinanzi al duplicarsi dell’angoscia, non più solo di castrazione ma anche di penetrazione. Tali soluzioni dimostrano una negoziazione in corso e, quindi, si connotano in chiave patologica solo se persistono nel tempo.

Il rifiuto del femminile erotico, infine, diventa superabile, con il tempo, grazie al crescente desiderio dell’altro nella sua diversità sessuale. Il breve passaggio clinico relativo a una quattordicenne in terapia, conferma, tra l’altro, l’importanza della funzione di rispecchiamento genitoriale e dell’analista per il riconoscimento e l’assunzione del femminile erotico; esso evidenzia anche la particolare sensibilità dell’adolescente a temi così intimi. Tale sensibilità richiede, da parte del terapeuta, interventi molto cauti e un continuo lavoro elaborativo riguardo alla propria psicosessualità.

Schaeffer, come si evince da questo e altri suoi lavori, va oltre l’idea di integrazione dei propri genitali nell’immagine del corpo sessuato, compito specificamente adolescenziale sottolineato dai Laufer; non parla di integrazioni né di raggiungimento di un’identità sessuale stabile.

Il cambiamento a livello pulsionale non si limita a un cambio di meta e di ottica, da fallico-castrato a maschile-femminile, penetrare-essere penetrati. Nelle ragazze diventare consapevoli della penetrabilità del proprio corpo, riconoscere e investire la funzione contenente della vagina nei confronti del pene significa predisporsi al semplice piacere d’organo e rappresenta solo una tappa, che può però rivelarsi una trappola se non c’è una successiva evoluzione.

Schaeffer, inoltre, dà risalto a una stretta e «scandalosa» vicinanza tra potere effrattivo-nutritizio della pulsione sessuale e potere traumatico della stessa. Ci sembra che i confini tra l’uno e l’altro siano sottili e facilmente valicabili, a maggior ragione in adolescenza, quando è ancora in corso la ricerca traumatofilica dei limiti oltre i quali, per quell’adolescente, diventa traumatico l’eccesso pulsionale (Guillaumin 1985). Ne possono conseguire perturbanti confusioni fino a una vera e propria «abitudine all’anestesia», apparentemente ben accettata dall’adolescente e dissimulata da un comportamento sessuale spavaldo.

Il rilievo dato alle vicende pulsionali dall’Autrice sembra così suggerire una rivisitazione della tecnica in adolescenza, tradizionalmente orientata su funzioni di contenimento, di supporto silenzioso al narcisismo, di appoggio al funzionamento mentale e sulla fiducia in una naturale evoluzione maturativa. Tali orientamenti potrebbero infatti impercettibilmente risolversi in un atteggiamento rinunciatario, quasi controfobico da parte dell’analista, nei confronti di movimenti pulsionali presenti in adolescenti di entrambi i sessi legati allo sconcerto/terrore del femminile erotico, senza dubbio difficili da «gestire», specie se il femminile erotico cerca di essere figurato e rappresentato.

Il contributo di Amalia Giuffrida inizia dalla descrizione della genesi della psicosessualità femminile. In questo processo è centrale la presenza fertilizzante del fantasma genitoriale, che investe l’eccitazione legata a una parte o all’intero corpo del bambino, generando autoerotismi a loro volta produttori di fantasmi. Sono poi affrontate le ipotesi sulla possibile genesi della rappresentazione vaginale, la questione del fantasma paterno transoggettivo, il ruolo del piacere clitorideo.

Grazie all’incontro con l’amante di godimento, poi, si realizza, secondo l’Autrice, l’atto di destrutturazione nutritiva del soma, che si sottomette alla disorganizzazione fecondante della jouissance. I fantasmi genitoriali possono così essere rimaneggiati in adolescenza dall’après- coup attivato dalla penetrazione. I rimaneggiamenti pulsionali di questa fase, infatti, istituiscono la vagina come zona erogena, insieme confinata e sconfinata.

Di particolare rilievo è, nell’elaborazione di Giuffrida, la constatazione che l’acquisizione della sessualità femminile genitale rappresenti una frattura, un cambiamento di registro rispetto al pregenitale. Un elemento quindi di discontinuità che la differenzia dallo sviluppo maschile.

Il lavoro di Bachisio Carau è imperniato sulla valenza traumatica, quindi non più solo effrattiva, del femminile erotico in adolescenza. Tutto ciò può determinarsi per la presenza di una fragilità identitaria collegata alle vicende del femminile primario e per la mancanza del riconoscimento degli elementi femminili derivanti dalle introiezioni genitoriali come propri.

Nelle sue note Marina Sapio descrive aspetti della ricerca e del senso del femminile in progress, illustrandoli con due vignette cliniche. L’Autrice si interroga sull’importanza dell’assetto dello psicoterapeuta rispetto al proprio femminile erotico, per arrivare a riconoscere e promuovere il lavoro del femminile negli adolescenti.

Paola Catarci discute il tema della complementarietà dei sessi e si interroga sulla scoperta di questa dimensione in adolescenza. La piena acquisizione simbolica, unitariamente al lavoro psichico che ne esita, consente un superamento della polarizzazione delle identità nucleari di genere, e permette l’acquisizione della capacità di creare identificazioni immaginative ed empatiche tra i due sessi.

Questi movimenti psichici, che si declinano con le caratteristiche del funzionamento mentale adolescente, per affermazione e negazione, muovono verso la riconciliazione del dilemma della bisessualità originaria, verso la costruzione di un’immagine interna dell’amante di jouissance come un’ipotesi di lavoro flessibile, aperta a modifiche attraverso l’elaborazione e l’osservazione.

Adriana Maltese ricorda come l’attrazione irresistibile della madre fusionale, passaggio obbligato dell’adolescenza per entrambi i sessi, è tanto più attraente quanto più perturbante nella ragazza rispetto al ragazzo. L’Autrice avanza alcune riflessioni su come l’identità femminile, che si conquista, al contempo, contro la madre e per sottomissione ad essa, si costruisce grazie all’alleanza con la madre. Nel lavoro analitico, quindi, una circolazione di corrente omosessuale ben temperata è trama su cui la ragazza può tessere la conquista della propria identità di genere e stemperare l’angoscia di fronte alle rinunce edipiche.

In questo numero, inoltre, troverete, nella rubrica Articolo del Maestro, il lavoro di M. Eglé Laufer del 1982, La masturbazione femminile in adolescenza e lo sviluppo della relazione con il corpo, che ci è parso utile ritradurre e ripubblicare, con il gentile assenso dell’Autrice.

Proponiamo, in conclusione, alcune domande aperte, offerte ai lettori, nella prospettiva di mantenere su AeP uno spazio dedicato al tema del femminile dove raccogliere contributi sia teorici che clinici non- ché interrogativi e riflessioni da parte dei lettori.

– Come si articola il lavoro del femminile con gli altri processi elaborativi in corso nell’adolescente? Sappiamo infatti che l’adolescente, con la pubertà, diventa oggetto di passivizzazioni di varia origine che, nel tempo, tenterà di padroneggiare grazie al lavoro di figura-zione e rappresentazione mai esauribile.

– Può essere possibile e, in caso affermativo, è utile distinguere un lavoro del maschile e uno del femminile in adolescenti di ambo i sessi, sulla base della bisessualità psichica?

Qual è il ruolo della pulsione aggressiva nella conquista del femminile erotico e come si articola con la pulsione sessuale in adolescenza?

Bibliografia

GUILLAUMIN J. (1985). Besoin de traumatisme et adolescence. Adolescence. 3, 1, 127- 137.

Anno 2006 N.1 - Setting

AeP ADOLESCENZA e PSICOLANALISI

Gianluigi Monniello

AeP Adolescenza e Psicoanalisi avrebbe dovuto uscire in cartaceo già nel febbraio 2006. Purtroppo il suo fondatore, Arnaldo Novelletto, è venuto a mancare il 30 gennaio e quindi non ha potuto assistere alla pubblicazione di questo numero che aveva seguito con grande dedizione e avrebbe visto uscire con serena soddisfazione. Il suo interesse per la diffusione di concetti ed apporti clinici nell’ambito della cura dell’adolescenza hanno rappresentato per lui una costante motivazione per tutto l’arco della sua piena e fertile vita professionale.

Sommario

Ci troviamo ora nella particolare condizione di proseguire quanto lui aveva avviato, ben consapevoli di aver molto ricevuto e di aver quindi tutti gli strumenti per mantenere la rotta da lui segnata. Indubbiamente in questi anni la letteratura psicoanalitica sull’adolescenza si è arricchita di molti contenuti e riflessioni. L’adolescenza occupa ormai un campo culturale popolato di studi, esperienze, contributi che arrivano dalle diverse scienze umane. La psicoanalisi dell’adolescenza, da Cenerentola si è trasformata in una star e ha sollecitato molti autori a rivisitare il pensiero psicoanalitico, a riattualizzarlo e a renderlo ulteriormente stimolante. Il nostro impegno sarà quello di mantenere aperti i temi della metapsicologia, della psicopatologia e dei trattamenti, con articoli e resoconti di esperienze che caratterizzano il lavoro clinico al quale l’adolescente continuamente convoca coloro che si interessano a lui.

Questo primo numero esce, con alcuni mesi di ritardo, così come Arnaldo Novelletto l’aveva pensato, ordinato e corretto. Vuole essere un omaggio al suo impegno, alla sua dedizione, alla sua passione per l’adolescenza ed anche un segno del nostro profondo ringraziamento per la cura da lui riservata a coloro che hanno condiviso con lui più da vicino, all’interno dell’A.R.P.Ad. tale interesse umano, professionale e intellettuale.

Siamo consapevoli di quanto sia impegnativo segnalare e proporre vere novità editoriali in un ambito scientifico piuttosto affollato. Sappiamo comunque che è soprattutto un vantaggio essere in buona compagnia.

Siamo fiduciosi delle grandi sollecitazioni che la mente adolescente può dare a chi si accosti alla sua comprensione con rispettosa curiosità, con empatia per i processi pubertari e con il sicuro convincimento della sua vicinanza all’inconscio.

Con il prossimo numero troverete alcune novità legate sia a quanto abbiamo costruito in questi mesi, raccogliendo l’eredità di Novelletto sia all’apporto di coloro che decideranno di dedicare parte delle proprie energie a questa nuova fase di AeP Adolescenza e Psicoanalisi.