Anno 2017 N.1 - Giustizia

GIUSTIZIA
Tito Baldini, Daniele Biondo, Paola Carbone,
Cinzia Lucantoni, Giovanna Montinari

In un lavoro presentato a marzo del 2016 alla ventinovesima Conferenza dell’European Psychoanalytical Federation (EPF) dedicato al tema «Authority», Ruggero Levy della Società Psicoanalitica di Porto Alegre (Brasile) presenta il punto di vista aggiornato della psicoanalisi sulla violenza in adolescenza. Egli afferma che l’acting out è una via per evacuare angoscia attraverso la violenza e la trasgressione, in conseguenza del fallimento della funzione dell’autorità. Ricorda che tale funzione è il frutto dell’introiezione delle figure parentali, che sono attaccate e poi, a causa della colpa e della persecuzione, internalizzate e debitamente riparate.

Levy, inoltre, rimanda al concetto d’investimento libidico delle figure parentali. Il ripristino del concetto di autorità in adolescenza è realizzato, secondo l’Autore, attraverso: the process of transformation of the primitive superego, with its violent and tyrannical objects, can transform into the inspirational, protective and creative superego described by Meltzer as the results of a healty adolescent process. This superegoic structure with inspirational traits, mitigated by the libido and with less split and more integrated objects, gives origin to the respect and consideration for the authority (Levy 2016, p. 80).
Lo psicoanalista brasiliano si chiede cosa succede se l’adolescente non ha un adulto di riferimento per realizzare l’importante processo di bonifica del proprio Super-io (per trasformarlo in Super-io ispirato), necessario per l’acquisizione del senso del giusto; senza oggetti che promuovano il processo d’integrazione, afferma Levy, spesso si assiste all’esplosione di una violenza cieca, defusa dalla libido, senza un chiaro oggetto da attaccare, che spinge l’adolescente a uccidere in modo casuale (a causa di quello che egli definisce aspetto talebano) o addirittura a distruggere se stesso. Ciò può essere bonficato dal processo analitico grazie alla presenza libidica dell’analista che promuove il lavoro di «binding» (legamento, rilegatura) e la capacità di pensare. È tutto ciò, continua Levy, che dà autorità all’analista.
L’approccio di Levy al problema è certamente corretto e non c’è dubbio che la relazione psicoanalitica può consentire una sostanziale riorganizzazione del mondo interno, ma alla luce della nostra esperienza con gli adolescenti dobbiamo chiederci cosa succede quando l’adolescente non riesce a bonificare il proprio Super-io arcaico e conquistare il rispetto nei confronti dell’autorità. Se è consapevole del conflitto con le figure genitoriali ed è sufficientemente sano, egli può certamente ricorrere a figure di adulti alternative ai genitori, come uno psicoterapeuta, per farsi aiutare a realizzare tale importante processo trasformativo. Ma quando l’adolescente è in uno stato limite, internamente frammentato a causa del pesante danno narcisistico originario, egli non è in grado di immaginare l’Altro come un contenitore affidabile del proprio Sé. Si affida così al branco spinto dal bisogno di trovare un gruppo con il quale condividere la propria vicenda esistenziale fallimentare, insegue l’acting come attacco sistematico inconscio alla propria capacità di pensare, fugge nella fantasia di recupero maturativo (Novelletto 1986) nel tentativo di esorcizzare l’angoscia del break down evolutivo. In questo caso l’Altro, il terzo, si presentifica nell’intervento della Giustizia, che impone all’adolescente il confronto con l’altro, a iniziare dalla sua vittima, con la responsabilità delle proprie azioni e le conseguenze del reato. Il sistema della Giustizia immette l’adolescente in una dinamica della sottomissione o di ubbidienza nei confronti degli adulti (Gutton 2016). Facendo ciò lo obbliga in qualche modo a regredire al fine di realizzare alcuni compiti evolutivi (strutturazione del Super-io e dell’ideale dell’Io) necessari per organizzare un abbozzo di nevrosi infantile propedeutica per l’adultità.
In linea con un’antica tradizione dell’ARPAd, inaugurata dai lavori di Novelletto nel Tribunale per i Minorenni (1961), i diversi contributi di questo numero descrivono ciò che come psicoanalisti possiamo fare per aiutare quei ragazzi che non sono in grado di affrontare una psicoterapia tradizionale, ma che proprio grazie all’intervento della Giustizia riescono ad avviare il processo di trasformazione del Sé, attivato dalla collaborazione fra gli operatori della Giustizia e gli psicoanalisti dell’adolescenza.
Collaborazione che non solo ha originato esperienze originali e inedite, ma che ha anche dato una spinta importante alla trasformazione degli orientamenti tecnici della psicoanalisi dell’adolescenza. Le esperienze che presentiamo sono state realizzate nel nostro Paese all’interno del circuito della Giustizia minorile al fine di presentificare l’Altro nella mente di adolescenti molto sofferenti e rabbiosi. Nel raccogliere i diversi contributi abbiamo documentato l’importante modificazione del parametro epistemologico con cui tali interventi sono stati condotti. Modificazione intesa sia nei termini del metodo d’intervento che vede, per esempio, nella Giustizia riparativa uno dei principali
strumenti di lavoro, sia nei termini dei paradigmi scientifici della psicoanalisi dell’adolescenza, che sono evoluti dalla prospettiva diagnostica e psicoterapeutica duale a quella gruppale e dell’intervento interistituzionale.
Tale evoluzione del modello psicoanalitico dell’intervento rappresenta a nostro avviso un importante ponte fra l’ambito giuridico classico e la psicoanalisi dell’adolescenza. Ponte costruito grazie alla possibilità di realizzare un «trattamento» all’interno dell’istituzione: trattamento inteso non in termini classici di psicoterapia, ma come un percorso condiviso dai diversi professionisti (educatori, assistenti sociali, poliziotti penitenziari, psicoanalisti) coinvolti all’interno del circuito penale minorile finalizzato all’acquisizione della consapevolezza del senso del proprio reato e alla conseguente maturazione dell’adolescente violento.
Ciò rappresenta un importante superamento del processo di delega dell’intervento di recupero dell’adolescente inserito nel circuito penale, promuovendo la collaborazione interprofessionale e il lavoro interistituzionale.
La centralità della gruppalità come parametro epistemologico condiviso fra i diversi professionisti, non solo in termini operativi, ma soprattutto in termini di teoria della mente, permette di esplorare la dimensione pubblica del funzionamento psichico e la pluridimensionalità dell’origine della condotta violenta.
In questo volume presentiamo un’accurata documentazione sulle esperienze italiane nel campo della giustizia minorile che, da Palermo a Torino, da Roma a Bologna, condividono parametri d’intervento quali: gruppalità, interistituzionalità, orientamento psicodinamico per fronteggiare la condizione al limite della mente dell’adolescente deviante, dimensione intergenerazionale del reato, intervento multiplo sia in termini di dispositivi attivati sia di professionalità coinvolte. Di dette esperienze colpisce la grande capacità degli operatori di mettersi in gioco all’interno delle esperienze gruppali e la profonda umanità e partecipazione che permette loro di testimoniare, a ragazzi profondamente feriti e delusi da gli adulti, il sincero interesse nei loro confronti. Un interesse finalizzato alla loro responsabilizzazione nei confronti del reato e dei danni perpetuati contro le loro vittime. Un interesse, dunque, fortemente coerente con il mandato istituzionale degli operatori della Giustizia minorile. La psicoanalisi dell’adolescenza si è messa al servizio di tale mandato, senza sostituirlo con le proprie finalità cliniche, permettendo agli operatori di dare senso al loro lavoro e di significarlo più profondamente.
Ciò rappresenta la principale novità dell’articolata esperienza collaborativa a cui state per accedere. Al fine di rendere attuale la rivoluzione psicoanalitica, afferma sempre Levy (2016), occorre lottare per rinnovare l’interesse nella capacità di pensare e di significare, indicando nella ricerca del calore dei rapporti umani guidati dalla passione (Meltzer 1986) il cambiamento più significativo della psicoanalisi. A tale scopo la psicoanalisi deve combattere il rifiuto del simbolico, caratteristico della società postmoderna, per affermare la scoperta dell’universo simbolico, assumendosi cioè la responsabilità di essere il reliquario del simbolico (the reliquary of the simbolic) (Levy 2016). Pensiamo che l’intervento degli psicoanalisti dell’adolescenza all’interno del circuito penale minorile risponda a detta necessità di approfondire la dimensione simbolica dell’intervento promosso dalla giustizia riparativa e di cooperare per sostenere la motivazione e l’efficacia dell’intervento dei diversi operatori di questo delicato comparto delle istituzioni pubbliche.
A tale essenziale funzione simbolizzante ricordata da Levy crediamo sia necessario affiancare una seconda funzione inerente la dinamica del potere democratizzante del confronto con l’Altro, che costringe l’adolescente
a localizzarsi (Gutton 2016a) tra giustizia e ingiustizia al fine di: Essere riconosciuto come degno di rispetto, di ascolto, di «autorizzazione» critica. […] Affermare la propria volontà di potere sotto lo sguardo di tutti, la propria volontà di essere a seconda del proprio genere e della propria filosofia di vita (ivi, p 129).
Ci riferiamo al processo di bonificazione del funzionamento primitivo tipo branco che può essere realizzato grazie al potente dispositivo del gruppo che costringe la mente adolescente a patteggiare il proprio Sé con l’Altro al fine di farlo accedere alla dimensione del Noi. Una dimensione, quest’ultima, pure presente nella mente dell’adolescente violento, ma caratterizzata in termini paranoici, scissi o depersonalizzati. Il gruppo permette a questi ragazzi di dare spazio alla dimensione libidica del piacere di stare con l’altro, al fine di conquistare un modo nuovo di appartenenza al mondo e di affermazione di se stessi. Un modo giusto, perché patteggiato con la generazione precedente, che richiede di abbandonare tanto l’idea di eludere tale confronto quanto quella di una sottomissione acritica. Ci riferiamo a una dimensione essenziale dell’adolescenza inerente il processo di intersoggettivazione. Un processo che, come afferma Gutton (2016a) nella sua riflessione sugli adolescenti che scelgono di abbracciare l’ideologia violenta della Jihad, va oltre la sottomissione alla morale civilizzata di Freud, che comporta il rischio del conformismo. Ci riferiamo all’eterno conflitto adolescenziale fra essere se stessi, con l’angoscia di perdere ogni potere di contrattualità e ogni legame sociale e sottomettersi all’altro potente con il quale condividere la dimensione del potere, con l’angoscia di perdere se stessi. Un conflitto non facile da risolvere, che necessita del terzo, che per i ragazzi violenti si configura nella Giustizia, che li «arresti», cioè utilizzi la propria autorità per aiutarli a sostare all’interno di tale conflitto al fine di poterlo vivere e attraversare.
Una sosta che istituisce un tempo (quello della pena o del tempo sospeso delle indagini o della messa alla prova) e un luogo (l’area terza dei servizi della giustizia: servizio sociale, comunità, carcere). Tempo e luogo di solito assenti nella mente dell’adolescente violento (che conosce solo i tempi e i luoghi dell’illegalità, che attaccano profondamente il processo adolescens), che permettono di scoprire creativamente la propria identità utilizzando l’altro. Ovviamente per far ciò il sistema Giustizia deve rinunciare alla tentazione autoritaria e punitiva sempre presente fra i propri ranghi, per farsi, proprio come impone la legge, promotore della crescita e della trasformazione degli adolescenti che prende in carico. Per riuscire in tale ambizioso obiettivo occorrono operatori specificatamente
formati a rinunciare, come afferma Gutton (2016b), a ogni eccesso di potere degli adulti – un potere che rischia di aggravare la crisi identitaria dell’adolescente violento – per riuscire ad essere traghettatori di senso della vita intima-straniera (ivi, p. 85).

Psicoanalisi dell’adolescenza e giustizia riparativa
Daniele Biondo

L’adolescente e il ragionevole dubbio
Paola Catarci

Tra gruppalità e soggettivazione
Paola Carbone, Savina Cordiale, Cristiano Curto

Criminalità minorile e fantasia di recupero maturativo
Arnaldo Novelletto

Articolo sul Maestro: Novelletto a partire dal suo contributo
Tito Baldini

Menti adolescenti «attraversate» dal mondo digitale
Azzurra Aloisi, Anna Ambrosino, Giulia Ballarotto et al.

Like or dislike: interrogativi e sfide nella stanza d’analisi in una società 2.0
Angelo Bonaminio, Domenico Scaringi, Giusy Daniela Spagna

Cercavi giustizia, trovasti la legge
Tito Baldini, Francesca Fabiani, Stefano Panaro et al.

Terzo settore, psicoanalisi e gruppalità
Roberta Patalano, Tito Baldini, Daniele Biondo et al.